Hormuz, Trump ed Europa in stallo
Il presidente Usa in difficoltà cerca alleati a Londra ma nemmeno il Vecchio Continente ha soluzioni da offrire
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Giuseppe Sarcina | 2 agosto 2026Il presidente Usa in difficoltà cerca alleati a Londra ma nemmeno il Vecchio Continente ha soluzioni da offrire
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Per la trentottesima volta, conteggio per approssimazione a cura della Cnn, Donald Trump annuncia che l’accordo con l’Iran è praticamente pronto. E per la trentottesima volta da Teheran rispondono che non c’è alcuna intesa. Nel frattempo,non si capisce se e come i negoziati stiano proseguendo; mentre, invece, continuiamo a vedere le immagini dei bombardamenti, da una parte e dall’altra, che si mescolano a quelle in arrivo da Ceuta. Guerra e crisi umanitarie non vanno in vacanza.
Il presidente americano è in difficoltà su tutti i lati. E questo spiega perché non si veda ancora alcuna via d’uscita. Da cinque mesi, Trump oscilla tra l’impulso di radere al suolo il regime degli Ayatollah e una razionale apertura alla trattativa. Talvolta, anche nella politica internazionale valgono le regole della fisica. Due spinte contrapposte e di uguale intensità producono lo stallo, la paralisi. Per la prima volta, anche l’Amministrazione appare così incerta, così divisa. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, preme per una spallata militare poderosa, riecheggiando nelle riunioni alla Casa Bianca gli appelli del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Una scelta sconsigliata, invece, dal vice presidente J.D. Vance e soprattutto dal capo di Stato Maggiore, il generale Dan Caine. Per mesi Trump ha esplorato una via di mezzo, quella che gli è più congeniale: minacciare pesantemente l’avversario per costringerlo ad accettare un dialogo alle sue condizioni.
Ora è sempre più diffusa, a torto o a ragione, un’altra sensazione: Trump, in realtà, non sa che cosa fare. I sondaggi riflettono la sfiducia crescente dell’opinione pubblica. Secondo Gallup, l’istituto statistico più autorevole degli Usa, solo il 37% degli americani approva l’operato del presidente. Peggio di lui, soltanto Richard Nixon, a pochi giorni dalle dimissioni per lo scandalo Watergate. La credibilità di «The Donald» è in caduta libera, perché, probabilmente aveva ragione Abraham Lincoln: «Puoi ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non puoi ingannare tutti per sempre». Naturalmente, per il presidente, questo è lo scenario peggiore in vista delle elezioni di midterm, in programma il 3 novembre.
I Pasdaran hanno fatto, invece, un calcolo preciso: Trump non ha alcuna intenzione di scatenare una guerra totale che forse manderebbe a picco l’Iran; sicuramente affosserebbe una gran parte dell’economia globale. Tutto il resto, visto da Teheran, sono chiacchiere, quelle conteggiate dalla Cnn. Certo, anche questa è una scommessa rischiosa. Ma, intanto, gli iraniani si sono impadroniti dello Stretto di Hormuz e non hanno alcuna intenzione di ripristinarvi la libera navigazione. A questo punto ci sarebbero solo due possibilità. La prima: offrire una qualche compensazione ai Pasdaran. Non un vero pedaggio su ogni nave in transito, ma una formula che gli somigli. Sarebbe una sconfitta bruciante per le regole del diritto internazionale. L’ennesima, purtroppo.
Le monarchie del Golfo, però, sono sostanzialmente favorevoli. Vero, la logica di Teheran è quella del racket. Tuttavia, per il momento è meglio pagare che restare con le petroliere ferme e i magazzini intasati dalle merci. Del resto, negli ambienti diplomatici circola il sospetto che alcuni di questi Paesi si stiano preparando a passare fondi sottobanco all’Iran, pur di non essere colpiti dai droni e dai missili lanciati dai Pasdaran. In prospettiva, però, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, cioè le monarchie più importanti, stanno già costruendo rotte alternative per trasportare il greggio, i fertilizzanti, le materie prime e il resto, senza passare da Hormuz. Inoltre, tutti hanno già iniziato a investire in modo massiccio nella Difesa. Dal loro punto di vista il conflitto con l’Iran ha prodotto un risultato chiaro: la protezione militare degli Stati Uniti non è sufficiente per garantire la sicurezza nella regione.
L’altra strada chiama in causa noi europei. Negli ultimi 10 giorni, il capo del Pentagono, Hegseth, ha intensificato le pressioni sui colleghi del Vecchio Continente. Venerdì 24 luglio l’americano ha telefonato al ministro della difesa britannico Wes Streeting, cioè pochi giorni dopo dall’insediamento del governo laburista, guidato da Andy Burnham (lunedì 20 luglio). Hegseth e i suoi consiglieri hanno pensato che fosse il momento buono per rilanciare l’iniziativa di una missione militare nello Stretto. Streeting non ha troncato la discussione. Anzi ha proposto a Hegseth di convocare un vertice con una quarantina di Paesi a Londra, per sondare le disponibilità. Ma al britannico è bastata la prima chiamata per capire di aver sottovalutato le difficoltà. Il 27 luglio, Hegseth e Streeting si sono collegati insieme con la ministra della Difesa francese, Catherine Vautrin. Il confronto è finito in nulla di fatto. Vautrin ha confermato la posizione già nota: pronti a partecipare alla spedizione navale, ma solo dopo la fine delle ostilità.
Anche l’Italia è su questa linea. Risultato: la scorsa settimana non c’è stato alcun summit nella capitale britannica. Vedremo nei prossimi giorni, anche se l’assalto dei migranti marocchini all’enclave spagnola di Ceuta, con decine di morti in mare, sta intossicando i rapporti all’interno della Ue, in particolare tra Roma e Madrid. Senza contare il sospetto che Washington abbia incoraggiato il governo del Marocco a dare il via libera ai 50 mila disperati, pur di mettere in difficoltà Pedro Sanchez. Il premier spagnolo aveva negato l’uso delle basi americane per le operazioni militari contro l’Iran.
In ogni caso, stallo anche qui, perché c’è un problema in Europa. Nessuno vuole il proseguimento del conflitto. Nessuno vuole schierare subito la marina militare senza aspettare una tregua. Nessuno vuole pagare il pedaggio ai Pasdaran. D’accordo su tutto.
Ma che cosa rimane allora? Certamente sarebbe illusorio attendersi un’iniziativa dell’Onu. Cina e Russia osservano con soddisfazione gli Stati Uniti dibattersi affannosamente nella trappola di Hormuz. Resta un’ultima domanda: i leader europei sono in grado di mettere sul tavolo una proposta seria di mediazione? Vale a dire uno schema diverso dal memorandum firmato da Usa e Iran lo scorso 17 giugno e che tenga insieme Hormuz, atomica e garanzie di sicurezza per tutto il Medio Oriente. Difficile? Sì, difficile. Però c’è un precedente. Nel 2015 Francia, Regno Unito e Germania contribuirono all’accordo sul controllo del nucleare iraniano. Questa volta potrebbe inserirsi anche l’Italia.
2 agosto 2026
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