Corpo a corpo con il marmo: così la lizzatura rivive a Resceto
A Resceto sulle Apuane si è riportato in vita l’antico metodo, tutto sudore e fatica, della «lizzatura». Un omaggio agli uomini che rischiavano la morte per mangiare
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Corpo a corpo con il marmo: così la lizzatura rivive a Resceto
di Simone Innocenti, nostro inviatoA Resceto sulle Apuane si è riportato in vita l’antico metodo, tutto sudore e fatica, della «lizzatura». Un omaggio agli uomini che rischiavano la morte per mangiare
Qua a Resceto, prima montagna massese in mezzo a una gola verde, si prega. I dodici lizzatori — quelli che compongono la compagnia di lizza — si fanno il segno della croce, dicono il Padre nostro a Sant’Antonio. Perché è così che, qua, hanno sempre fatto.
Lo hanno fatto i loro genitori prima e — prima di loro — i loro nonni. Sempre così, e anche il 1° agosto, si è riportata in vita la lizzatura, che è l’antico metodo — tutto sudore e fatica, un corpo a corpo per non morire — di portare i blocchi di marmo a valle.
Ma il 1° agosto è anche il 3 febbraio 1903 e sul giornale La Battaglia i socialisti di Resceto scrivono: «I nostri compagni di Forno, visto che il prezzo del pane saliva continuamente di prezzo, aprirono un forno cooperativo (…) ma a Resceto si paga ancora lire 0.50 ill chilo».
E allora si sono svegliati presto. Molto presto: alle 2 si sono messi i vestiti, il cappello, si sono ritrovati all’imbocco della via Vandelli, 187 chilometri in mezzo alle montagne che portano a Modena. E si sono caricati a spalla gli «ordegni», che sono gli attrezzi e pesano come macigni: le lizze, che sono lunghi pali di legno da sistemare sotto il blocco di marmi, il martello, il mazzolo, il sapone verde di Marsiglia che serve per ungere i «piri», quei pezzi di legno che servono a far scorrere le lizze che reggono il carico.
E poi i canapi, i cavi di acciaio che «si spartiscono in base ai giri», dice Daniele Gizzi dell’associazione Resceto Vive. E una volta arrivata in cava, dopo ore di marcia, la compagnia di lizza preparava la «carica» — cioè il carico di marmo — , lo imbracava, lo metteva sui parati e iniziava la lizza. Spesso — se non moriva o non si feriva qualcuno — dovevano fare il percorso in due giorni perché i lizzatori non potevano tenere più le funi perché bruciavano con lo sfregamento ai piri: non c’erano i guanti, non c’era nulla, solo fatica e sangue vivo, solo sudore e bestemmie in mezzo alle preghiere.
Come accade oggi che, per cento metri, nel pieno del Monte Tambura i lizzatori portano a valle una carica di sedici tonnellate.
«Miò», urla il capo-lizza Umberto Bonini detto Bolan ai suoi. Ottorino Fialdini, il vicecapo e «ungino», cioè quello che unge i parati, annuisce e dà colpi di martello per far scorrere la carica.
«Miò», che vuol dire molla è un suono atavico. E tutti gli altri lizzatori eseguono all’unisono, sapendo che se qualcuno andrà storto e si sgancerà la «carica» il capo-lizza morirà. Daniele Gizzi, l’addetto ai parati, e Riccardo Fialdini, anche lui addetto ai parati come pure Morris Fazzi, sembrano danzare. E lo fanno anche gli altri «mollatori» — cioè quelli che si occupano di far scorrere i piri uno per uno: Giorgio Baldini, Matteo Baldini, Mario Bertuccelli, Guido Bertucelli, Michele Matelli, e Mirco Giannaccini si bloccano solo quando il capo-lizza urla «Forti», che vuol dire fermi tutti, tenere la «carica».
E questi 150 quintali di bardiglio che è — «un tipo di marmo di colore grigio, adatto per le soglie delle porte e delle finestre perché è duro», dice Guido Bertuccelli — si inchiodano, tra il sudore che si consuma nella via di lizza del Fondo che si chiama così perché è un canalone e va in fondo alle Apuane, quasi al mare.
«Mode un’onc» — che vuol dire andiamo piano — urla secco Bolan che ha preso il posto del Diavolo, perché è così che chiamavano Luca Bertuccelli: quel soprannome se lo era guadagnato sul campo, anzi su una via di lizza, perché si era preso il passo — rispetto a un’altra compagnia di lizza — dopo che aveva lasciato «andare» la carica e «sembrava che quel marmo danzasse ai suoi ordini», dice ancora Guido Bertuccelli.
E ora a Resceto si lizza e si ricorda un giorno che è il 1903. Un oggi che è un omaggio a ieri, a quegli uomini che «facevano questo lavoro perché dovevano mangiare. E lo facevano sfidando la morte: fare il lizzatore era pericoloso, se sopravvivevi — spiega Dario Fialdini, pastore a Resceto — ti diventava facile anche togliere un biscotto dalla bocca di un cane». E ora che qui si s rinnova questa giornata — grazie a Resceto Vive — si cerca anche di «rivitalizzare il paese con la lizzatura, che è sentitissima. Poi facciamo incontri e la castagnata in autunno», dice Daniele Gizzi dell’associazione.
Fino agli anni Ottanta, in questo posto, c’erano duecento persone: oggi ne vivono ottanta. Hanno lo sguardo fiero, a volte perfino caparbio di chi sa cosa significa manovrare il marmo, essere cotti dal sole, rischiare di non arrivare a sera, partire presto la mattina.
Questa vita che la cava ha reso così difficile e, per certi versi, così viva. Ieri come oggi.
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2 agosto 2026
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