Carlotta racconta Anna Sagna, pioniera del teatrodanza: «Ci ha insegnato a dire no. Per chiamarci a pranzo suonava la tromba»
Carlotta, figlia d’arte, si immerge nei ricordi di sua mamma Anna Frizzoni Sagna, danzatrice della cerchia gualiniana, pedagoga anticonformista, coreografa-pioniere e pittrice
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Carlotta racconta Anna Sagna, pioniera del teatrodanza: «Ci ha insegnato a dire no. Per chiamarci a pranzo suonava la tromba»
di Chiara CastellazziCarlotta, figlia d’arte, si immerge nei ricordi di sua mamma Anna Frizzoni Sagna, danzatrice della cerchia gualiniana, pedagoga anticonformista, coreografa-pioniere e pittrice
Carlotta, figlia e sorella d’arte, si immerge nei ricordi di sua mamma Anna Frizzoni Sagna (1928-2007) dalla fresca casa di villeggiatura a San Pietro di Sant’Ambrogio, ai piedi della Sacra di San Michele dove è inscritta la storia della sua famiglia materna, i brasseurs Metzger, fuggiti a Torino nel 1871 con l’annessione di Alsazia e Lorena al neonato Stato tedesco. «Ormai siamo la settima generazione di ramo materno a fruire di questa casa, un poco délabré, ma certo seducente», dice l’artista da anni residente a Parigi e d’intonazione francofona quasi nel solco delle regine e premières Dames che hanno diviso la loro vita fra Torino e la Francia. Non è certo però per la birra che è conosciuta la madre Anna: danzatrice della cerchia gualiniana, pedagoga anticonformista, coreografa pioniera del primo teatrodanza italiano e pittrice di autoritratti (e a San Pietro, fra quelle mura, anche delle pareti, dipinte con prospettive di ampie foreste).
Non erano tempi facili per una ragazza che sceglieva la via dell’arte. Che lavoro svolgevano i nonni materni?
«La nonna non lavorava, ma era una donna molto forte, il nonno ha fatto molti lavori: ha disegnato mobili, ha viaggiato in Brasile cercando fortuna…»
Come è stato essere figlie di una mamma come Anna Sagna? Lei e sua sorella Caterina avete iniziato nella sua compagnia di teatrodanza Sutki.
«Io soltanto per una sostituzione, Caterina ha partecipato a qualche creazione, ma la mamma voleva per noi un percorso internazionale. Così io sono partita a 15 anni per l’Académie di Monte Carlo e poi per il Mudra di Béjart a Bruxelles, mia sorella per Venezia e Parigi dove in seguito abbiamo svolto la nostra carriera a Parigi e Bruxelles. Da piccola io ballavo sempre e non potevo stare fisicamente ferma: è a quattro anni che ho capito la mia vocazione di danzatrice».
Quanta parte ha avuto la sua mamma in questa scelta?
«Ero totalmente affascinata dal mondo della mamma: dai suoi spettacoli e quando venivano i suoi colleghi a casa nostra li trovavo tutti belli, vitali, di sinistra, mentre quelli di papà non mi interessavano».
Che lavoro faceva suo papà?
«Era dentista. Mio fratello Massimo, invece, ha ripreso la ditta di mio nonno paterno di importazione di vini e champagne».
Quale era la vostra zona di Torino quando abitavate ancora tutti in città?
«Via Filangieri in Crocetta e poi nei quattro mesi di vacanza venivamo qui a San Pietro».
Qui è stato il vostro serbatoio di libertà?
«Assolutamente. Con fratelli e cugini eravamo completamente liberi. Poi, per richiamarci al pranzo, la mamma suonava una tromba che aveva portato mio nonno».
Può darmi tre aggettivi soli per definire la sua poliedrica mamma?
«Sicuramente era una persona non convenzionale. Non parlerei di aggettivi, ma di modi di essere».
Voi due eravate molto simbiotiche. L’insegnamento più prezioso che le ha dato?
«Di fare le nostre scelte e mai seguire un gruppo per inerzia o imitazione. Diceva che in gruppo la facoltà intellettuale si abbassa. Voleva fossimo sempre centrati su quello che veramente volevamo, che andassimo sempre in profondità in questo senso, senza pensare ai giudizi esterni. D’altronde vedevo bene che mia mamma era un po’ diversa da quelle delle mie compagne della Torino bene».
Una mamma artista come lei — coreografa, danzatrice, pittrice — vi affascinava o creava in voi bambini qualche riserva?
«Aveva un modo suo di essere materna, certo non la tipica madre italiana, seppure molto affettuosa».
Sua mamma ha diretto per anni la Scuola Bella Hutter. Lei e sua sorella Caterina siete state sue allieve quando ancora studiavate danza a Torino?
«Sì, anche se nei primi anni c’era ancora Bella Hutter».
Avete avuto più o meno lo stesso rapporto con vostra mamma?
«Io ero molto amica della mamma, Caterina era un po’ meno a suo agio. Ad esempio non ha mai osato dirle di non volere i corsi di pianoforte cui ci aveva iscritte, mentre io le ho parlato e ho smesso subito».
Andavate a vederla a teatro?
«Era bello, andavamo con gli amici e io ero molto fiera di lei in scena».
E come pittrice? Vi lasciava entrare nel suo atelier?
«Molto presto lei ha smesso di esporre. Nel suo atelier avevamo diritto di entrare noi tre fratelli, il suo cugino e pittore Teonesto Deabate e pochi altri. I suoi ritratti mi impressionavano, erano molto intensi».
Com’era il rapporto fra i suoi genitori, così diversi?
«Si volevano un gran bene e si sostenevano. Anche se papà era poco abituato al teatro veniva sempre a vederci. Anche per me che sono partita a 15 anni per seguire la danza non ha avuto a ridire perché la mamma era con me. Completa fiducia».
Mi racconta una vostra domenica tipo da piccole?
«Una volta mamma ha invitato a cena gli amici imbandendo una tovaglia che aveva disegnato lei stessa e insieme alle posate aveva dato un pennarello anche ai commensali perché si esprimessero anche loro».
E rispetto alle vostre esperienze teatrali, sue e di sua sorella Caterina, quando è stata più contenta di voi?
«L’ho sentita particolarmente vicina quando io e mia sorella lavoravamo insieme. Per esempio, quando ha visto il nostro spettacolo Relation publique ci ha scritto una lettera bellissima».
Viaggi insieme?
«Soprattutto dopo che è morto il mio papà. Per ricreare la famiglia. A volte per stare insieme io e lei».
Mai stati momenti di frizione?
«Mai. Anche se su qualcosa non si poteva discutere come quando non volle il cane trovato qui ad Avigliana».
Sua mamma era anche una pedagoga oltre che un’artista. Voi figli non vi siete mai sentiti anche voi un po’ come allievi?
«Lei dava l’esempio, ma non sono mai stata sgridata neanche per i miei scarsi successi di studente distratta al liceo linguistico. Inoltre lei ci ha anche insegnato a dire dei bei no, pur essendo educati».
Insegnamenti e consigli che vi ha trasmesso?
«Si guardava bene dal darci consigli. Ci insegnava il rispetto verso tutto e tutti, poi lei che andava a messa ci diceva di amare il prossimo come noi stessi, ma non di più».
Lei ha creato lo spettacolo «Ad vitam» per sua mamma.
«Sono partita dai suoi quaderni filosofici, ma ho parlato anche di me stessa. Con una mamma che fa il tuo stesso mestiere ed è pure brava bisogna anche prendere delle distanze artistiche per far emergere la propria personalità. Anche lei non ci parlava dei suoi anni casoratiani e gualiniani e guardava sempre avanti».
Vorrebbe ancora dirle qualcosa vis-à-vis?
«Ringraziarla perché è stato bello sentirmi sempre libera e ascoltata».
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2 agosto 2026
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