San Francesco, da Campana a D'Annunzio
Corriere della Sera - Cultura

San Francesco, da Campana a D'Annunzio

Sabato 1 agosto 2026
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Il «Cantico delle creature» è considerato uno dei primi testi della nostra letteratura. Innumerevoli sono i suoi echi nei componimenti del secolo scorso. Per alcuni, come Aldo Capitini, la sua fu una voce profetica 

DOMENICA 2 AGOSTO 2026

San Francesco, da Campana a D'Annunzio

Il «Cantico delle creature» è considerato uno dei primi testi della nostra letteratura. Innumerevoli sono i suoi echi nei componimenti del secolo scorso. Per alcuni, come Aldo Capitini, la sua fu una voce profetica 

di Daniele Piccini

Giotto, «San Francesco predica agli uccelli», 1290-1295 circa, parete della controfacciata, Basilica superiore di San Francesco ad Assisi

Si può dire che il «Cantico delle creature» di san Francescoinauguri la nostra letteratura, anche se non è in assoluto il primo testo poetico scritto in volgare. Il santo, di cui ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte,immaginò, con la filigrana dei Salmi, una lode cosmica e universale resa a Dio. Tutte le cose parlano in controluce dell'Onnipotente e all’uomo spetta riconoscere tale orma per non perdersi, per non incorrere nella dannazione. Francesco arriva a chiamare sorella la morte,lasciandoci intendere l’umiltà e insieme la dignità della creatura umana, protesa all’incontro con Dio. 

A chi parla il Cantico nella poesia novecentesca?Innumerevoli sono gli echi: se guardiamo alla tradizione italiana, si va da D’Annunzioai crepuscolari a Dino Campana,il quale allude al santo e al suo componimento poetico nella prosa de La Verna («[…] dalla sua solitudine intona il canto alla natura con fede: Frate Sole, Suor Acqua, Frate Lupo. Un caro santo italiano. […]»). Tuttavia in D’Annunzio e in parte anche nei crepuscolari le citazioni rischiano di suonare artificiose,quasi di maniera (per D’Annunzio si pensi alle evocazioni contenute in Alcyone, come: «Laudata sia la spica nel meriggio!»). 

Forse il culmine della ripresa si realizza in quei poeti che evocano meno formalisticamente il Cantico, tendendo piuttosto alla sua sostanza profonda. Si potrà allora pensare a un titolo di Ungaretti come Sono una creatura (dal Porto Sepolto, 1916). Ma il più solidale con il modello è probabilmente Aldo Capitini(1899-1968), pensatore, educatore e poeta. Nel suo Colloquio corale (1956), c’è un testo, intitolato Storia, I, scritto in versi prosastici e salmodianti, in cui dialogano il Coro e Uno del Coro. Eccone un brano: 
«Coro 
Perché questo canto fosse corale, e il conforto posasse in tutti, e salisse dagli estremi e nascosti angoli, Francesco sulla costa del monte che era la sua patria, chiamò le creature: 
Uno del coro 
Dopo una notte di sofferenze, rivedeva il fratello Sole. 
Coro 
Finalmente era l’unità, e in quel momento nulla fu assente, ed ogni cosa umilmente annuiva, perché ora il problema del proprio essere, diventava un trovarsi insieme. 
Uno del coro 
Più ancora, era la gioia di stare nel canto, concessa a tutti. 
Coro 
Ed anche la morte di questo corpo scurito dal sole, e fatto scarno dalla lunga fatica, era convocata lì e stupita, di trovarsi alla pari dell’innocente luna, e delle chiare stelle. Uno del coro Era forse il banchetto del vangelo, a cui Gesù convocò anche gli attrappiti e gli scansati». 


Per Capitini quella di Francesco è una voce profetica,che realizza in pienezza l’annuncio evangelico. D’altra parte sul versetto della morte come sorella, considerato anche da Capitini, si possono richiamare in particolare due poeti del Novecento: Carlo Betocchi(1899-1986) e Alda Merini(1931-2009). Il primo inizia una delle Poesie del sabato (1980) così: «Avrò la mia tomba; sarai tu che verrai,/ morte procace, non squallida come quei timidi/ dicono […]». Gli fa eco Merininella conclusione di uno dei testi di Francesco. Canto di una creatura (2007): «O morte,/ che tutti credono deforme,/ io ti ho veduta nel sospiro divino./ Danzatrice meravigliosa,/ non sai come capisco il tuo eloquio». Tutto è dono per il Francesco del Cantico e allora viene in mente, in chiusa, un mirabile testo di Borges,Un’altra poesia dei doni, da L’altro, lo stesso (1964). Dopo aver citato Francesco, Borges conclude la sua poesiacon questo rendimento di grazie (traduzione di Tommaso Scarano): «per i minuti che precedono il sonno,/ per il sonno e la morte,/ questi due tesori nascosti,/ per gli intimi doni che non enumero,/ per la musica, misteriosa forma del tempo». 

Nell'immagine: «San Francesco predica agli uccelli», 1290-1295 circa, Giotto, parete della controfacciata, Basilica superiore di San Francesco ad Assisi.

Su «la Lettura» #766, oggi in edicola, a otto secoli dalla morte di San Francesco, Daniele Piccini affronta il tema del dialogo tra poesia e preghiera attraverso quattro antologie e a cent'anni dalla pubblicazione del saggio «Prière et Poésie» dello studioso e sacerdote francese Henri Bremond.  

1 agosto 2026 ( modifica il 1 agosto 2026 | 19:50)

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