Il paesaggio veneto prima del Prosecco, quando sulle Colline non c'erano solo le vigne di Glera
Treviso, la mostra allestita a Ca' Scarpa dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche curata da Rossi e Pierconti. Le carte geografiche, le parole e i pensieri dei protagonisti del lavoro tra le vigne, le cantine
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Il paesaggio veneto prima del Prosecco, quando sulle Colline non c'erano solo le vigne di Glera
di Antonino PadoveseTreviso, la mostra allestita a Ca' Scarpa dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche curata da Rossi e Pierconti. Le carte geografiche, le parole e i pensieri dei protagonisti del lavoro tra le vigne, le cantine
Le colline del Prosecco fra Conegliano e Valdobbiadene nelle foto di Arcangelo Piai
Dall’alto dei campanili, i giovani ufficiali dello Stato maggiore austriaco misuravano il territorio che era appartenuto alla Repubblica di Venezia. Il risultato del loro lavoro è una carta in 122 tavole, realizzata tra il 1798 e il 1805 in scala 1:28.800. Le tavole dedicate alla provincia di Treviso, datate 1801, aprono idealmente il percorso di «Culture e paesaggi del vino. Il senso della terra e la voce dell’architettura», la mostra allestita a Ca’ Scarpa dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche con l’Ordine degli architetti di Treviso. E’ difficile non provare un certo rammarico pensando che un’esposizione così utile e istruttiva, tanto coerente con un luogo destinato allo studio del paesaggio, debba chiudere già domenica 2 agosto anziché diventare permanente.
Le carte raccontano più di molte parole. Mostrano una via Postumia tracciata dai Romani lungo la linea delle risorgive, i prati umidi sopravvissuti fino agli anni Cinquanta dove oggi corre l’autostrada A28 e soprattutto un paesaggio agricolo profondamente diverso da quello attuale. Il vino c’era già, naturalmente, ma conviveva con alberi, gelsi, grano, mais, pascoli e corsi d’acqua. Era una terra segnata dalla policoltura, costruita nei secoli dall’interazione tra uomo e natura, non uno scenario naturale rimasto immutato.
La policoltura sulle Colline (oggi) del Prosecco
La sezione storico-geografica curata da Massimo Rossi concentra lo sguardo su San Pietro di Barbozza e Colbertaldo. Alle carte austriache si affiancano le mappe del Catasto napoleonico del 1812, rielaborate e confrontate attraverso un video con le fotografie aeree del 2025. A Colbertaldo due secoli fa si distinguevano 34 diversi usi del suolo. Oggi domina quasi ovunque una sola coltura, la Glera, l'uva alla base del Prosecco: il bosco resiste soprattutto lungo i corsi d’acqua o dove le pendenze rendono più difficile coltivare, mentre il resto è occupato dalla vite. Sui versanti più ripidi rimangono i ciglioni della cosiddetta viticoltura eroica, ma anche qui la storia è meno lineare della narrazione contemporanea: il vino si produceva da tempo, spesso con risultati qualitativi assai modesti.
La mostra «Culture e paesaggi del vino» a Ca' Scarpa, Treviso
Il cambiamento più radicale arriva dopo la Seconda guerra mondiale e accelera dagli anni Ottanta. Le politiche agricole europee, la specializzazione produttiva, lo spopolamento della montagna e lo sviluppo industriale trasformano insieme economia e territorio. La cartografia registra il passaggio graduale dalla coltura promiscua alla monocoltura vitivinicola. E mostra anche ciò che si perde: policoltura significava biodiversità; la monocultura rende il paesaggio più uniforme e fragile. È una chiave particolarmente efficace per leggere un territorio divenuto uno dei simboli mondiali del vino italiano, senza confondere i suoi diversi perimetri: i circa 20 mila ettari indicano l’area complessiva delle Colline del Prosecco mentre la superficie vitata del Conegliano Valdobbiadene Docg è di circa 8.700 ettari. I 667 milioni di bottiglie imbottigliate nel 2025 riguardano invece la più vasta Prosecco Doc.
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Parole e fotografie
La mostra, curata da J.K. Mauro Pierconti, sale poi lungo i piani di Ca’ Scarpa e allarga progressivamente lo sguardo. Enologi, agronomi, produttori, storici e scienziati affrontano biodiversità, cambiamento climatico, acqua e fertilizzanti. Tornano pratiche antiche come il sovescio, che arricchisce il suolo e offre nutrimento a insetti e microfauna con la coltivazione e l’interramento di piante fresche. Le bellissime fotografie in bianco e nero di Arcangelo Piai e Georg Tappeiner eliminano la distrazione del colore così il visitatore può concentrarsi sulle forme delle colline e sulle linee dell’intervento umano.
L’architettura entra infine nel racconto. Filippo Bricolo affida a sei «trattati» riflessioni e disegni sul rapporto tra cantina e progetto: il brolo diventa il punto d’incontro tra vigne e visitatore, il passaggio dalla luce alla penombra della barricaia, dal caldo esterno al fresco degli ambienti produttivi. Francesca Chiorino e Roberto Bosi presentano invece sette cantine costruite nel mondo negli ultimi 25 anni. L’allestimento utilizza gli stessi materiali impiegati nelle vigne, facendo entrare fisicamente il paesaggio dentro Ca’ Scarpa, l’antica chiesa di Santa Maria Nova, recuperata e trasformata in spazio espositivo su progetto di Tobia Scarpa e affidata nel 2020 alla Fondazione Benetton Studi Ricerche. Architetto e designer, figlio di Carlo Scarpa e a lungo protagonista di una delle più importanti esperienze del design italiano, Tobia Scarpa ha restituito all’edificio una funzione pubblica, conservandone le stratificazioni e adattandolo all’arte e alla ricerca contemporanee. È anche per questa sintonia tra luogo, paesaggio e progetto che la mostra è stata allestita in quella che dovrebbe essere la sua sede naturale.
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