L’esempio (extra sportivo) di Franco Baresi
Un campione timido e schivo e, nello stesso tempo, limpido, che lascia una grande eredità civile
L’esempio (extra sportivo) di Franco Baresi
di Ferruccio de Bortoli | 31 luglio 2026Un campione timido e schivo e, nello stesso tempo, limpido, che lascia una grande eredità civile
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Bellissimi e struggenti i ricordi di Franco Baresi scritti dai colleghi del Corriere. E non solo da loro, per la verità. Ma mi sia consentito un briciolo di partigianeria proprio nel giorno in cui tutti coloro che amano lo sport rendono omaggio al mitico capitano del Milan. E lo fanno sinceramente anche avendo passioni, fedi e appartenenze diverse. Vi è in questa dolorosa circostanza l’emergere di un sentimento nazionale che va al di là di ogni divisione e del quale dovremmo fare tesoro. È un valore straordinario. Una delle eredità civili di un grande campione.
Gli articoli, le testimonianze su Baresi, che appaiono sulla nostra homepage sono tutti da leggere e rileggere. Ogni collega vi ha messo le proprie emozioni nel descrivere la straordinaria vita sportiva di una persona semplice, modesta (nell’accezione migliore del termine), che non si è mai montata la testa. Il capitano del Milan non ha mai dimenticato le proprie umili origini. Sempre disposto a sacrificarsi (andando per esempio in serie B) per la squadra alla quale doveva tutto e verso la quale si è sempre sentito in debito. Non ha mai anteposto la propria carriera e il proprio tornaconto personale ai destini collettivi. Da giovanissimo - mi ricorda Gian Luigi Paracchini - sembrava già un leader anche se non riusciva, lui così timido, a dare del tu a Gianni Rivera.
Baresi si era caricato sulle spalle (le lacrime in finale) la responsabilità del Mondiale americano perso nel 1994. Ed era tutt’altro che un fallimento se pensiamo ai grami destini attuali. Aveva recuperato, in tempo record, una precaria condizione fisica dopo un serio infortunio. Perché la Nazionale, il proprio Paese, veniva prima di tutto. E bisognava esserci ad ogni costo. Vestire la maglia azzurra, come quella rossonera, era un privilegio e un onore (lo è ancora?). In queste poche righe, se usciamo per un attimo dal gioco del calcio - che resta bellissimo ma non si perde giorno per rovinarlo nei sentimenti e non solo - vi è tutto il lascito morale di un campione timido e schivo e, nello stesso tempo, limpido e grandissimo. Ricordo ancora un giorno nella redazione sportiva del Corriere d’Informazione, edizione pomeridiana del Corriere. Siamo sul finire degli anni Settanta. Il collega Giuseppe Romanelli descrive, estasiato, le gesta di un ragazzino di nome Baresi. «Diventerà un grande campione». Il capo della redazione, Piero Dardanello, ascolta e annuisce.
Qualche volta i giornalisti ci prendono. Quando Baresi lasciò il calcio mi regalò la sua maglia. Autografata. Il numero 6 venne ritirato. Mai ci sarebbe stato un altro numero 6 come lui. Lasciai, colpevolmente, la maglia nell’armadio dell’ufficio. La mattina dopo scoprii che qualcuno aveva già pensato di «ritirarla» a sua volta.
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«Bandiera, Capitano, Leggenda: 6 per sempre!». Le reazioni alla morte di Franco Baresi in direttadi Red. Online
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31 luglio 2026, 11:33 - modifica il 31 luglio 2026 | 11:38
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