Che fine ha fatto la nostra umanità
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Che fine ha fatto la nostra umanità

Venerdì 31 luglio 2026
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Che fine ha fatto la nostra umanità

di Fortunato Cerlino

Ci sono fatti di cronaca che hanno la forza di aprire una crepa, perché ci dicono chi siamo. O forse cosa stiamo diventando. Ci costringono a guardarci dentro. Il caso Roggero appartiene a questa categoria.
Dopo la sentenza definitiva della Cassazione che ha confermato la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di carcere, si è discusso di tutto. Di sicurezza, immigrazione, rapine, legittima difesa, magistratura. Spesso con argomenti seri, altre volte cavalcando opportunisticamente un tema forte, visto che siamo già entrati in una lunga campagna elettorale. Ognuno è intervenuto seguendo il proprio schieramento ideologico, talvolta con riflessioni pacate, talvolta con mediocri video realizzati con l’intelligenza artificiale, segno di un impoverimento del dibattito pubblico che dovrebbe preoccuparci almeno quanto i fatti di cui discutiamo.
Mentre ascoltavo commenti, slogan e sentenze, mi è sembrato che la domanda più importante fosse però rimasta fuori dal dibattito.
Quanto vale, ancora, una vita umana?
Perché è da questa risposta che si misura lo stato di salute di una civiltà.
Che Roggero abbia subito una rapina, anzi più rapine, è un fatto gravissimo.

Una rapina non porta via soltanto denaro, ma la serenità. Altera il modo di guardare gli altri, trasforma ogni volto sconosciuto in una possibile minaccia. È quindi giusto esprimere solidarietà a lui e alla sua famiglia. Ed è altrettanto giusto ribadire una distinzione fondamentale. Esistono gli aggressori ed esistono gli aggrediti. Chi sceglie di rapinare commette un reato e deve risponderne davanti alla legge. Confondere i ruoli significherebbe smarrire uno dei fondamenti della convivenza civile. La questione diventa infinitamente più difficile quando, quasi senza accorgercene, iniziamo a pensare che una vita possa valere meno di un’altra. Vale quella dell’aggredito, certamente. Ma vale anche quella dell’aggressore?
Sui social, nei talk show e perfino nelle conversazioni quotidiane si rincorrono frasi inquietanti: «Uno di meno», «Se la sono cercata», «Hanno avuto quello che meritavano». Non è la rabbia a preoccuparmi. La rabbia è umana. Mi inquieta invece la naturalezza con cui la morte rischia di trasformarsi in una forma accettabile di giustizia.

L’essere umano è sempre più grande delle sue azioni. Può precipitare nell’abisso del crimine, tradire ogni principio morale, diventare violento, ma nulla autorizza a sostenere che la sua vita abbia perso valore.
L’uomo è l’unico essere capace di costruire cattedrali e campi di sterminio. Di scrivere la Divina Commedia e pianificare un genocidio. Dentro ciascuno di noi convivono possibilità opposte. La storia è piena di uomini perduti che hanno saputo ritrovarsi. Caravaggio uccise un uomo. Saulo perseguitava i cristiani. Se li avessimo giudicati solo per i loro crimini, oggi avremmo cancellato un genio dell’arte e uno degli artefici della civiltà occidentale. Persino il ladrone crocifisso accanto a Cristo conserva una dignità irriducibile. La verità è che nessuno di noi è immune dalla caduta. Dei labirinti della coscienza sappiamo pochissimo, così come ignoriamo quali prove la vita ci metterà davanti domani. È questa consapevolezza, prima ancora della compassione, che dovrebbe renderci prudenti.

L’idea che ogni vita possieda un valore indisponibile non nasce dal buonismo, ma da un cammino lungo secoli. Già gli Stoici avevano intuito che ogni uomo partecipa della stessa comune umanità. Il cristianesimo affermò che perfino il colpevole conserva un valore che nessuno può cancellare. L’Illuminismo trasformò questa intuizione in pensiero politico. Nel 1764 Cesare Beccaria, con Dei delitti e delle pene , sostenne che lo Stato non può arrogarsi il diritto di togliere la vita, perché una giustizia che uccide rischia di assomigliare troppo alla violenza che pretende di combattere. Da allora il percorso è stato lungo. L’Italia abolì la pena di morte per i reati comuni con il Codice Zanardelli nel 1889. Il fascismo la reintrodusse e solo la Repubblica riportò il nostro ordinamento verso la sua definitiva abolizione. Non fu soltanto una scelta giuridica, ma una conquista morale.

Per questo alcune frasi ascoltate in questi giorni fanno paura. Il passo tra «se l’è meritata» e la riabilitazione culturale della pena di morte è più breve di quanto immaginiamo. Le democrazie non crollano all’improvviso. Si consumano lentamente, quando le parole preparano il terreno alle leggi. Ogni regressione della storia comincia sempre dal linguaggio. Comprendo chi, dopo aver subito una rapina, smette di dormire. Comprendo chi apre il negozio ogni mattina con la paura che il terrore possa entrare di nuovo da quella porta. Comprendo perfino che anni di tensione possano alterare il giudizio di una persona. Comprendere però non significa smettere di vedere. Due esseri umani sono stati uccisi. Erano rapinatori. Avrebbero dovuto essere arrestati, processati e condannati. Restavano però esseri umani. Diverso sarebbe discutere di chi, durante un’aggressione in corso, è costretto a uccidere per salvare la propria vita. Lì il giudizio morale e giuridico cambia inevitabilmente. Ma qui il nodo è un altro. Sulla distinzione tra giustizia e vendetta si fonda tutta la civiltà giuridica occidentale, che nasce proprio per impedire che la seconda si travesta da prima.

Forse però la domanda più utile non è chi abbia ragione, ma perché tanti commercianti arrivino a sentirsi soli. Quanto sono realmente protetti? Le forze dell’ordine dispongono degli strumenti necessari? Le assicurazioni coprono davvero i danni subiti? Quali tutele economiche e psicologiche vengono offerte a chi, dopo una rapina, deve riaprire il negozio il giorno successivo? È su questo che dovrebbe concentrarsi il dibattito pubblico. Perché uno Stato forte non è quello che delega la giustizia ai cittadini, ma quello che impedisce loro di sentirsi costretti a farsela da soli. Le civiltà non muoiono quando aumentano i reati, ma quando iniziano a convincersi che esistano esseri umani di cui si possa, o si debba, fare a meno. È lì che comincia la barbarie. E ogni volta con parole che sembrano perfino ragionevoli. Se non comprendiamo questo, allora la rapina la subiamo tutti, e ciò che ci viene sottratto non è denaro, ma la nostra stessa idea di umanità.

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