Una politica contro i giovani
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Giovedì 30 luglio 2026
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Patto generazionale tradito: la nostra democrazia tende sempre più a privilegiare il presente rispetto al futuro

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Una politica contro i giovani

Maurizio Ferrera | 30 luglio 2026

Patto generazionale tradito: la nostra democrazia tende sempre più a privilegiare il presente rispetto al futuro

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Le democrazie europee stanno invecchiando. Il crescente squilibrio demografico fra giovani e anziani si riflette nella composizione dell’elettorato e dei Parlamenti. Oggi in Italia il cittadino «mediano» ha circa 49 anni: metà della popolazione è più giovane, metà è più vecchia. Nel 1980 l’età mediana era 34 anni, già nel 2000 era salita a 40. Siccome i minori non votano, l’elettore mediano è più vecchio: 58 anni. Fra i parlamentari, il valore si situa a metà strada, 52. Anche se più giovani dei propri elettori, i rappresentanti eletti tendono a guardare principalmente agli interessi di chi li vota. Ne consegue che il centro di gravità delle politiche pubbliche è occupato oggi da generazioni diverse da quelle che subiranno più a lungo gli effetti di queste stesse politiche, per non parlare delle generazioni future.

I cicli elettorali già incentivano per loro natura il corto periodo. E sappiamo che la partecipazione al voto degli anziani è più alta di quella dei giovani. In queste condizioni, il sistema democratico sviluppa un marcato pregiudizio temporale, cioè una tendenza sistematica a privilegiare il presente rispetto al futuro.
Prendiamo ad esempio il Superbonus. Dalle (poche) stime disponibili, sembra che le agevolazioni abbiano favorito i contribuenti dai 55 anni in su in misura ben maggiore rispetto alla loro quota all’interno dell’elettorato. La distorsione generazionale più significativa riguarda però il finanziamento: gli oneri di una parte rilevante del Superbonus sono stati trasferiti sulle generazioni future tramite il debito. 

Altri esempi calzanti sono i rinvii dell’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita (il più cospicuo nel 2019, governo Conte 1). In questo caso, il trasferimento intergenerazionale è diretto: guadagna chi va in pensione prima e il maggior costo ricade sui lavoratori attuali e futuri attraverso contributi più elevati, maggiore fiscalità o maggiore debito.
In teoria, secondo il principio democratico «una persona, un voto», è corretto che la composizione del Parlamento rifletta in modo più o meno proporzionale il profilo demografico della società. La voce degli anziani va naturalmente rispettata e ascoltata, i loro bisogni tutelati. Oltre certe soglie, però, la rappresentanza «descrittiva» (chi è eletto) può distorcere la rappresentanza «sostantiva» (gli interessi da promuovere, dato il pluralismo sociale). La teoria politica femminista ha sottolineato come per combattere discriminazioni e iniquità siano necessarie non solo idee e programmi, ma anche la presenza effettiva dei gruppi penalizzati negli organi decisionali. È in base a simili ragionamenti che trovano giustificazione le quote di genere nelle liste elettorali.

Nessun Paese europeo ha per ora introdotto «quote anagrafiche» per correggere il pregiudizio temporale. Il tema solleverebbe peraltro controversie costituzionali. La strada da seguire è un’altra: creare istituzioni che obblighino i legislatori a considerare gli effetti delle politiche sulle diverse generazioni.
In alcuni Paesi europei esistono già esperienze significative in questa direzione. Quella della Finlandia è la più nota ed efficace. Lì opera da molti anni il «Comitato per il futuro», che esamina i grandi cambiamenti in corso, valuta le loro implicazioni per le generazioni future e propone possibili risposte. I suoi rapporti annuali costringono il Parlamento a discutere temi che rischierebbero di essere ignorati. Le raccomandazioni del Comitato trovano larga eco nell’opinione pubblica. Vari provvedimenti nel campo della formazione, dell’Università, della regolazione delle nuove tecnologie sono stati recentemente adottati sulla scia delle proposte di questo organismo.

Anche la Ue ha iniziato a muoversi in questa direzione. La recente Strategia europea per l’equità intergenerazionale propone di integrare sistematicamente la prospettiva generazionale nella preparazione delle politiche, attraverso strumenti di valutazione dell’impatto e indicatori dedicati. Si tratta di un cambiamento culturale significativo: dopo aver posto per decenni l’accento soprattutto sulla sostenibilità finanziaria, l’Unione inizia a considerare anche la sostenibilità intergenerazionale come criterio di valutazione, incoraggiando i governi a spostare il baricentro delle proprie agende verso il futuro.
Il nostro Paese ha storicamente tenuto in ben poca considerazione gli interessi dei giovani (presenti e futuri). Lo scorso novembre è stato però fatto un importante passo avanti: l’introduzione della Valutazione di impatto generazionale (Vig) come requisito obbligatorio dei disegni di legge governativi, nonché di un Osservatorio nazionale su questo tema presso la presidenza del Consiglio. Per ora, si tratta solo di buone intenzioni: l’operatività della Vig e dell’Osservatorio sono subordinate a decreti attuativi non ancora emanati. È forte il rischio che la legislatura si chiuda senza un nulla di fatto. 

Nel secolo scorso la democrazia è riuscita ad ampliare progressivamente la rappresentanza dei gruppi sociali e dei territori e più recentemente a promuovere un migliore equilibrio fra i generi. La sfida di oggi riguarda il tempo: i sistemi democratici devono diventare più capaci di dare implicitamente voce anche agli interessi di coloro che subiranno più a lungo le conseguenze delle decisioni odierne. La qualità della democrazia dipenderà sempre più dalla capacità delle istituzioni di rendere il futuro un interlocutore stabile del processo decisionale.

30 luglio 2026

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