Guerre «giuste» e tormenti a sinistra
Il «campo largo» non ha ancora elaborato posizioni che siano basate su diritto e ragione
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Guerre «giuste» e tormenti a sinistra
Massimo Riva | 30 luglio 2026Il «campo largo» non ha ancora elaborato posizioni che siano basate su diritto e ragione
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Caro direttore,
il recente editoriale di Paolo Mieli richiama con la consueta acutezza l’attenzione su uno dei nodi più spinosi del momento politico domestico. Così sollecitando non poche riflessioni ulteriori per un dibattito senza amnesie, che guardi al presente non dimenticando un lungo passato nel quale la scelta fra pace e guerra ha sempre agitato il confronto politico sul versante della sinistra in qualunque Paese e in qualunque tempo con contrasti talora furibondi. Ecco perché non deve stupire, come sottolinea Mieli, che oggi ne sia investito anche quel sedicente «campo largo» che aspira a sostituire il governo Meloni al prossimo appuntamento elettorale. Deve piuttosto allarmare che questo specifico dibattito italiano tra forze di sinistra o sedicenti di sinistra non abbia ancora raggiunto lo sviluppo e la maturazione necessari. Tanto più che il tema si pone oggi in termini di confronto fra posizioni divaricate su un nodo concretissimo e sanguinante: l’indomabile conflitto in Ucraina. Un caso tipico di guerra di aggressione che — non mancherebbe di sottolinearlo Marc Bloch —mette con le spalle al muro della logica i passivi appelli alla non violenza del mondo pacifista.
Ho avuto la sorte di essere in Senato quando nel 1990 anche all’Italia toccò di doversi pronunciare sulla propria adesione a un’altra guerra: quella promossa dagli Usa contro il regime di Sadam Hussein che aveva proditoriamente invaso il Kuwait per unire alle proprie già imponenti riserve di petrolio anche i non meno ricchi pozzi del Paese vicino. Per quanto riguarda il diritto internazionale si trattava di una più che sfrontata violazione dei confini altrui. Mentre sul mercato petrolifero si prospettava il serio rischio della formazione di un minaccioso gruppo dominante in grado di far rincarare i prezzi dell’energia nel mondo intero. Con conseguenze pesanti per il potere d’acquisto anche dei nostri concittadini. La sinistra, anche allora, si divise. Il partito comunista, guidato dai giovani Occhetto e D’Alema, votò contro la partecipazione dell’Italia alla guerra. Votò invece a favore un piccolo gruppo di eletti come indipendenti nelle liste del Pci: Vittorio Foa, Antonio Giolitti, Giorgio Strehler, Guido Rossi, Gianfranco Pasquino, Filippo Cavazzuti, Edoardo Vesentini ed io stesso nella mia qualità di presidente del gruppo della Sinistra Indipendente.
A noi sembrò che fosse questo anche un modo di dare concrete gambe politiche a quel famoso annuncio di Enrico Berlinguer che, dopo aver tagliato il cordone finanziario con Mosca, aveva anche dichiarato di sentirsi più tranquillo al riparo dell’ombrello Nato. La più giovane leva di Botteghe Oscure non colse l’occasione e il maggior partito della sinistra dovette attendere l’ingresso di D’Alema a Palazzo Chigi e l’intervento italiano nella ex-Jugoslavia per prendere con tardiva consapevolezza le misure con la realtà della politica internazionale in termini sia di principi sia di rapporti di forza.
Una consapevolezza che oggi come allora significa non arrendersi agli impulsi della convenienza politica occasionale ma cercare di catturare il vento di un pensiero fondato su diritto e ragione. Come la sinistra italiana ha fatto, per esempio, nel caso della seconda guerra contro l’Iraq evitando di cadere nella trappola delle armi di distruzione di massa escogitata dal meno dotato dei due presidenti Bush pur di far qualcosa di fragoroso dopo la tragedia dell’11 settembre. Un ottimo precedente di discernimento fra guerra e guerra che oggi dovrebbe aiutare la sinistra a saper distinguere anche fra pace e pace.
Quattro anni fa, appena fallito il blitz dei panzer russi verso Kiev, poteva avere una ragione non insensata l’idea di puntare su un immediato negoziato di pace fra le parti. Anche dal punto di vista del Paese aggredito, perché il senso comune valutava la sproporzione di forze fra i due contendenti e indicava una sorte infausta segnata per la sventurata Ucraina. Oggi che questo Paese, dopo tante morti e rovine, ha rivelato una capacità di tenuta militare e sociale imprevista, come si può ancora immaginare di abbandonarlo a sé stesso così offrendo un premio indegno anche agli appetiti del suo criminale aggressore? Perché questo è esattamente quel che finirebbe per accadere se si seguisse la linea di appeasement con Putin che, più di tutti, il leader dei Cinquestelle si sforza di sostenere con una tenacia pari soltanto a quella che mostra nell’avanzare la propria candidatura a guidare in prima persona il confronto elettorale con Meloni.
Forse né a Conte né a chi la pensa come lui è abbastanza chiaro il pericolo di diabolica distorsione che oggi incombe su un eventuale tavolo di trattativa con Putin. Oltre all’ovvio cessate il fuoco, infatti, appare non meno indispensabile che si parta con il rientro delle truppe russe nei propri confini. E non si tratta soltanto di una formalità per sanare la violazione del diritto internazionale compiuta quattro anni fa. È indispensabile che questo avvenga perché altrimenti il tavolo della pace rischia di trasformarsi in un negoziato sul numero di ettari e soprattutto di persone da trasferire da una parte all’altra. Detto in termini di maggior chiarezza concettuale: un mercato di schiavi. Prospettiva orribile soprattutto in prossimità del centenario di quella immane tragedia collettiva che travolse l’Ucraina negli ultimi anni Venti del Novecento. Che gli storici più castigati chiamano «Grande Carestia» ma che non fu il regalo avvelenato di un destino cinico e baro o il castigo di una maldisposta madre natura. Nessuno può dimenticare che quella catastrofe umana fu l’effetto voluto di un piano generale di spoliazione economica e di repressione politica concepito al Cremlino dagli strateghi del potere staliniano e attuato senza pietà affamando e deportando qualche milione di persone. Tanto da meritarsi in lingua locale la definizione sicuramente più appropriata di holodomòr: sterminio per fame.
Quando nel 2014 Putin si riprese il controllo della Crimea, i più anche in Occidente fecero finta di scordarsi che il passaggio all’Ucraina di quel territorio era stato promosso da Kruscev nel febbraio 1954 (neppure un anno dopo la morte di Stalin) come una sorta di risarcimento materiale e morale per le sciagure che il tallone di ferro stalinista aveva inferto ai «compagni» di Kiev.
Anche per simili precedenti storici la scelta sul caso dell’Ucraina che le sinistre sono chiamate a fare oggi in Italia si presenta come un passaggio di grande significato. Insomma, per dirla con la simpatica metafora animalista di Pier Luigi Bersani, nell’anticamera del «campo largo» troneggia un grosso rospo che non si può fingere di non vedere. Qualcuno dovrà rassegnarsi a ingoiarlo senza se e senza ma. E anche presto: ben prima — è doveroso aspettarselo — di andare a chiedere il voto agli elettori.
30 luglio 2026
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