L’erba scacciadiavoli
Corriere della Sera - Cultura

L’erba scacciadiavoli

Giovedì 30 luglio 2026
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L’erba scacciadiavoli

di Maria Angela Robustelli

Mi avviliva la sola idea di andarci. Non mi andava.
Svegliarmi alle cinque del mattino, mettermi in macchina senza aria condizionata e farmi cento chilometri di curve a picco sul mare per andare a lavorare e spiegare il teatro a bambini dai 3 ai 7 anni, per ben due giorni di una settimana piena zeppa di cose da fare, in cui tra l’altro, mi sentivo particolarmente malinconica e a dir poco terrorizzata per un ritardo.
Tanto più che al telefono, l’oste del b&b che avevo prenotato, dopo avermi richiamato per avvertirmi che da booking avevo erroneamente pagato per una camera col bagno in comune - il che giustificava il prezzo ben lontano dagli standard da Costa Azzurra della Costiera amalfitana - al mio chiedergli, Ma almeno c’è il terrazzo?! , mi aveva risposto, dopo un tempo comico da non sottovalutare, Guardi forse è meglio che non viene proprio .
Dopo aver ricalibrato la mia prenotazione e avergli fatto presente che invece ci sarei andata ad ogni costo, mi abbracciai la croce e partii.
La giornata di attività passò lenta ma i bimbi erano stati sorprendenti e li avrei rivisti il giorno seguente.
Avevo incontrato una sposina col velo bianco che le pendeva da tutte le parti e il suo sposo con la tuba che gli lasciava fuori solo naso e bocca.
Due clowns iperattivi, un mago e il suo assistente con dei birilli al posto delle bacchette e due sirene dai lunghi capelli colorati che sembravano gli embrioni precoci di Ragazze interrotte con una imberbe tendenza alla Sindrome da crocerossine.
Mi avevano dato pane per i miei denti nonché, sul finale, mentre aspettavo mano nella mano con l’ultimo rimasto che i genitori lo venissero a riprendere, anche un piccolo spaccato su come sin da bambini si è chiamati a fare i conti con come vanno inesorabilmente le cose della vita.
Luca, 4 anni aveva dato per certo ai suoi amichetti che anche lui, dopo il laboratorio, sarebbe andato alle giostrine del paese per giocare insieme a loro a quaranta gradi all’ombra. Non a caso fu la prima cose che chiese alla giovane mamma arrivata in ritardo a recuperarlo, in una breve pausa dal lavoro nel bar, la quale ovviamente gli rispose dolcemente picche, facendogli spuntare sul visino un’espressione rassegnata e quasi adulta.
Arrivata nel pomeriggio all’indirizzo della struttura sulle colline di Furore, dopo essermi persa due volte, realizzo che a causa di quella provvidenziale forza maggiore, per il resto della giornata e per tutta la notte, sarei stata costretta a riposarmi, a non usare il telefono - non c’era assolutamente campo - e a dedicarmi del tempo al fresco, in mezzo alla natura e al nulla, in quella spartana sorta di casa di campagna tra orti di pomodori e zucchine, distese di erbe aromatiche e l’odore intenso di terra concimata mista a stallatico, pipì di gatto e profumo di ginestra.
Immaginarsi lo stupore quando quella stessa voce che al telefono aveva provato a dissuadermi dal pernottare lì, mi aveva invece riservato, contro ogni aspettativa, la camera più bella della locanda, con un bel bagno, un letto comodo e dulcis in fundo , un incantevole terrazzo con tanto di lettino prendisole e vista sulle colline.
Emidio, circa quarant’anni, nato e cresciuto tra quelle rocce a picco sul mare.
Sin da bambino, il grande sogno di viaggiare. A sette anni scopre l’atlante e la guida Touring di Autostrade per l’Italia sulla quale, da giovanissimo appassionato del Napoli, la sua squadra del cuore - una passione che si porterà fino a grande, diventando un ultras fedelissimo anche in tempi di retrocessione in serie C -, andava cercando tutte le grandi città italiane che avessero uno stadio in centro, tormentando il papà perché ce lo portasse in macchina, seguendo i percorsi autostradali del paese, per visitarli. Vive sei mesi all’anno in Costiera e sei mesi a Tenerife, dove vorrebbe aprire un giorno non troppo lontano, un ostello che diventi anche una residenza olistica.
E sì, perché la cosa più sorprendente di questo ragazzo, di cui mi resi conto solo dopo un lungo pisolino pomeridiano che mi aveva lasciato evidenti segni del cuscino sulla faccia, e una più attenta chiacchierata corredata da un mini tour tra le piante che coltivava, fu che Emidio era un eccezionale botanico autodidatta.
Mentre mi parlava dei suoi innesti di lavanda e verbena, di una specie di basilico piperito orientale, della sua ricetta commestibile dell’aloe, mi sembrava di ascoltare il famoso monologo shakespeariano di Frate Lorenzo, nel Secondo Atto, scena III, di Romeo e Giulietta, riscoprendolo finalmente credibile e non più noioso.
Come il frate botanico della tragedia, che all’alba nel suo orto discetta tra sé e sé sul potere officinale delle piante che possono diventare veleno o medicina, al limite della metafora tra bene e male nella morale ambigua dell’animo umano, così Emidio mi raccontava della sua produzione di olio essenziale a base dell’Hypericum perforatum , o nella tradizione popolare, l’erba scacciadiavoli di San Giovanni, che sin dal Medioevo - e confermato oggi dalla fitoterapia - è stato considerato un efficace antidepressivo naturale contro la malinconia e i demoni della mente, nonché un formidabile cicatrizzante e un ottimo rimedio ai problemi mestruali; ma che poteva trasformarsi in un veleno molto potente se assunto in dosi errate senza guida, o dopo essere stato esposto troppo tempo al sole, causando ipersensibilità cutanea e reazioni tossiche.
A quel punto, con una rapida manovra inaspettata, il giovane erborista, mi prende le tempie e con gli indici, delicatamente, me le unge con quell’olio prodigioso, dicendomi con fare pratico e sbrigativo, Non si sa mai .
Dormii profondamente.
Al mio risveglio, sorpresa da una ritrovata carica fisica ed emotiva, ero pronta a rincontrare i miei piccoli attori in erba, pervasa da un’ inspiegabile fiducia nel domani e un ritrovato ottimismo rosso sangue.

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30 luglio 2026 ( modifica il 30 luglio 2026 | 14:53)

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