I 13 anni sprecati nella battaglia per l'ex Ilva
Corriere della Sera - Cultura

I 13 anni sprecati nella battaglia per l'ex Ilva

Mercoledì 29 luglio 2026
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Ormai è giunto il momento di constatare che il tentativo di mettere in salvo lavoro e salute è fallito

Attentato al giornalista Cappellari, per la Procura ha fatto tutto da solo: «Ha preso le bombole e le ha fatte esplodere»

I 13 anni sprecati nella battaglia per l'ex Ilva

Rita Querze | 29 luglio 2026

Ormai è giunto il momento di constatare che il tentativo di mettere in salvo lavoro e salute è fallito

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Sull’ex Ilva è l’ora per l’Italia (e per l’Europa, visto che si tratta della maggior acciaieria del continente) di constatare la dura verità: la battaglia è persa. L’area a caldo — quella che consente di produrre acciaio primario a partire dai minerali — sarà chiusa. Entro 90 giorni gli altoforni andranno spenti.
E questo perché non siamo stati in grado in 13 anni di trovare una soluzione che tenga insieme tutto: l’ambiente e il lavoro. Era il giugno del 2013 quando il gruppo fu commissariato in seguito alle indagini della magistratura. Oggi restano due tonnellate di amianto da rimuovere. Mentre le polveri sottili sono sì sotto la soglia di legge, ma solo perché al momento il mercato ha dimezzato la produzione. Questo dice in sostanza la sentenza della corte d’appello di Milano. Se ne può discutere. Ma una cosa è certa: dal 2013 non è stato fatto tutto quello che si doveva e poteva per mettere al sicuro sia le vite di chi abita nei quartieri limitrofi che il lavoro dei 10 mila dipendenti.

 Come ha segnalato il professor Carlo Mapelli, ordinario di Siderurgia al Politecnico di Milano e consulente del commissario Enrico Bondi, intervistato da Giuliana Ferraino sul sito del Corriere, un piano per eliminare gradualmente il carbone e introdurre forni elettrici entro il 2021 esisteva già nel 2014. Non si è voluto accettare da subito la sfida del rilancio. Da lì in avanti le cose sono andate di male in peggio. Segnaliamo qui soltanto due passaggi chiave. Il primo riguarda la venuta meno dello scudo penale nella fase in cui era Arcelor Mittal a gestire il gruppo. Da lì in avanti il rapporto con i franco-indiani risultò compromesso. 

Il secondo la mancata firma dell’accordo di programma lo scorso agosto. Ora, dopo ben due bandi di gara che non hanno portato a nulla, il governo Meloni si prepara a varare il terzo, con un perimetro ridotto che esclude l’area a freddo. L’appalesarsi adesso di una cordata italiana cambierebbe davvero poco. La scomoda verità è che anche per la siderurgia italiana un’Ilva a regime sarebbe un concorrente scomodo. Un competitor nell’accaparrarsi il rottame sempre più costoso.

29 luglio 2026

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