«La diversità è ricchezza»: Piera Ventre vince il Premio Merano Europa 2026 con «Stella randagia»
La scrittrice partenopea, già finalista al Premio Strega, sarà ospite a Merano per presentare il romanzo ambientato nella Napoli del 1909, storia di due marginalità che diventano forza e riscatto: «L’imperfezione è un valore»
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«La diversità è ricchezza»: Piera Ventre vince il Premio Merano Europa 2026 con «Stella randagia»
di Silvia M. C. SenetteLa scrittrice partenopea, già finalista al Premio Strega, sarà ospite a Merano per presentare il romanzo ambientato nella Napoli del 1909, storia di due marginalità che diventano forza e riscatto: «L’imperfezione è un valore»
«Diamo ancora troppo credito a ciò che intendiamo come normalità, termine che deriva da norma, regola, convenzione. La diversità, invece, è ricchezza e l’incontro tra due marginalità è il vero motore del riscatto». Piera Ventre, scrittrice partenopea di nascita e toscana d’adozione, con «Stella randagia» (NN Editore, 336 pagine, 18 euro) si è aggiudicata il Premio Letterario Internazionale Merano Europa 2026. Sabato 8 agosto, alle 21 al Pavillon des Fleurs, la logopedista di professione, già selezionata al Premio Strega e vincitrice del Premio Procida con «Sette opere di misericordia», sarà protagonista della rassegna «Appuntamento a Merano» promossa dalla Biblioteca Civica e dal Passirio Club con il Teatro Stabile di Bolzano, in dialogo con Andrea Rossi.
Piera Ventre, «Stella randagia» è ambientato nella Napoli del 1909: l’incontro tra la giovane Esterina e la piccola Malvina, reclusa perché deforme, diventa il perno della narrazione. Che valore assume questa alleanza?
«Ho voluto mettere al centro l’incontro tra due diversità che diventano condivisione. Viviamo in un’epoca feroce che tende a marginalizzare l’imperfezione, ma la “normalità” è uno schema: se ne usciamo, la particolarità di ciascuno smette di essere un difetto per trasformarsi in un valore».
Sullo sfondo la psicosi collettiva per il passaggio della cometa di Halley, presagio d’apocalisse. C’è un legame con le ansie del presente?
«Assolutamente sì. Raccontare il presente direttamente è complesso, richiede una distanza prospettica. Ho utilizzato un fatto storico documentato, la notizia del possibile impatto della scia della cometa con l’atmosfera terrestre che scatenò il panico, per riflettere lo spirito del nostro tempo: una condizione umana profondamente spaventata e fragile di fronte a stravolgimenti rapidissimi».
Nata a Napoli, vive a Livorno da quasi quarant’anni. Ha influito questa distanza geografica sulla sua scrittura?
«È stata fondamentale. Non sono mai riuscita a scrivere nulla ambientato a Livorno, proprio perché ci sono immersa; per raccontare Napoli, invece, ho bisogno dello sguardo periferico di chi osserva da lontano con obiettività. Per mantenere la lucidità narrativa occorre posizionarsi ai margini».
La sua prosa si distingue per una precisione chirurgica e musicale. Quanto incide il suo lavoro di logopedista su questa ricerca stilistica?
«Moltissimo. Il mio mestiere consiste nel “riparare” il linguaggio e trovare la strada per far parlare chi incontra ostacoli nella comunicazione. Questa forma mentis ha affinato in modo quasi maniacale la mia ricerca lessicale: finché non sento la giusta musica interna, la pagina non è pronta».
Qual è stata la prima scintilla che le ha fatto scoprire la vocazione per la narrazione?
«Da bambina mi innamorai di “Piccole Donne”. Il personaggio di Jo March, che trovava la sua voce autentica quando raccontava le ferite affettive, ha acceso in me un forte desiderio di emulazione. Da lì è nata la mia passione per la lettura, che resta il mio vero rifugio».
Qual è il suo riferimento letterario?
«Amo Deborah Levy, ma la mia autrice di culto rimane Anna Maria Ortese: “Le piccole persone” o “Corpo celeste” affrontano con decenni di anticipo temi cruciali quali il nostro rapporto prevaricatore con la natura e con gli animali. Una scrittura densa che richiede impegno, ma ripaga ampiamente il lettore».
Come alimenta la sua creatività?
«Mi piace creare collage e disegnare per rilassarmi e amo la cucina. Se sulla mia scrittura sono sempre critica, sui dolci tradizionali come la pastiera o la caprese napoletana posso dire, senza falsa modestia, di cavarmela davvero bene. E poi c’è Tito, il mio gatto nero: a dispetto della mia scaramanzia, in casa trionfa la sua aria imperiale».
Come valuta la presenza femminile nell’editoria?
«Vedo passi avanti e molte più editrici e autrici di talento, ma c’è ancora strada da fare; permane uno snobismo di fondo che tende a catalogare certi testi come “narrativa femminile”. La scrittura non ha genere: si divide solo in buona o cattiva letteratura. Oggi le donne stanno dimostrando straordinaria forza nel far valere la propria voce».
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