Una nuova stagione per i sindacati
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Una nuova stagione per i sindacati

Martedì 28 luglio 2026
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Il negoziato tra le parti sociali procede verso il rinnovo dei modelli contrattuali

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Una nuova stagione per i sindacati

Nicola Saldutti | 28 luglio 2026

Il negoziato tra le parti sociali procede verso il rinnovo dei modelli contrattuali

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I contratti sono la cartina di tornasole di un Paese. Più si attende per la firma, più i negoziati non riescono a trovare punti di approdo, più le parti fanno fatica a riconoscersi reciprocamente, più il Paese, nella sua vita quotidiana, vive una situazione di incertezza. Una questione legata alla retribuzione, ai salari, ai diritti, al welfare ma soprattutto a quella sensazione di instabilità che finisce con il danneggiare lo stesso sviluppo economico.

Il contesto, con il riapparire dell’inflazione, spinta dal forte incremento dei costi dell’energia, ha reso ancora più decisivo il tema dei contratti. A marzo erano nove milioni in lista d’attesa, poi le cose hanno cominciato a muoversi. E in qualche modo il pubblico impiego ha segnato un cambio di passo. Al punto che l’altro giorno la premier Giorgia Meloni ci ha tenuto a sottolineare che sono a quota venti i contratti siglati. E che il tempo di attesa è sceso da quasi due anni a sette mesi. «Non un dettaglio tecnico, ma rispetto», ha scritto.
 
Qualche anno fa c’era addirittura chi teorizzava la fine dell’inflazione, il principale avversario del potere d’acquisto delle famiglie, invece nel febbraio del 2022, con la guerra d’invasione della Russia in Ucraina, all’improvviso il risveglio: i prezzi hanno toccato il picco del 12 per cento. E l’unica strada per i lavoratori dipendenti di ottenere un recupero è quella dei tavoli negoziali, della rappresentanza sindacale. Più si attende, più l’aumento dei prezzi non si recupera. Certo, nonostante i ritocchi in busta paga, la perdita del potere d’acquisto negli ultimi anni, secondo l’Ocse ha reso i salari reali in Italia più bassi del 6,1 per cento rispetto al 2021. Il dato peggiore tra le principali economie. Un divario, sostengono alcuni economisti, sul quale pesa il mancato aumento della produttività. Variabile decisiva, ma che dipende anche dal contesto, che può andare dalla rete dei trasporti agli oneri espliciti e impliciti della burocrazia.

Sono anni di forte contrapposizione sul fronte sindacale e uno dei passaggi che ha consentito lo sblocco nel pubblico impiego è stato il rientro della Cgil tra i firmatari. E lo stesso Maurizio Landini, segretario generale della Confederazione, ha definito il contratto delle funzioni locali un’intesa di grande rilievo. Solo poche settimane fa a Padova la fotografia dei tre leader, Landini di Cgil, Daniela Fumarola (Cisl) e Carlo Bombardieri (Uil), che teneva il suo congresso nazionale, hanno fatto pensare ad una vera e propria svolta nella direzione di una nuova unità delle rappresentanze. Che si sono dette pronte al negoziato no stop con le imprese. Segnali di responsabilità nuova che dicono come il mondo del lavoro in qualche modo sia il termometro più sensibile delle urgenze (vere) delle persone.

E i cambiamenti in corso, in un tempo politico contrastato e frammentato, potrebbero ridisegnare a fondo i meccanismi con i quali si confrontano i diritti dei più fragili. Le parti datoriali, da Confindustria a Confcommercio, stanno portando avanti un tavolo che alla fine del mese potrebbe già segnare qualche passo avanti comune sul rinnovo dei modelli contrattuali. Sono quattordici le organizzazioni datoriali che hanno avviato questo percorso, dopo il varo del decreto primo maggio sul salario giusto. Sembra una cosa lontana, invece è l’architrave sul quale si possono costruire i diritti di chi lavora.

Nel paese dei mille contratti, arrivare alla misurazione segnerà una svolta. Capire a quanti lavoratori si applica un contratto significa automaticamente capire chi li rappresenta davvero. Un percorso che qualche mese fa sarebbe stato impensabile e che invece è decisivo: le parti sociali hanno sempre visto la loro autonomia negoziale come un valore e la stagione della politica dei redditi ne ha sancito la centralità, ma era il lontano 1993. E c’era una parola uscita dal vocabolario: concertazione. Adesso è come se le parti sociali stessero riprendendo quel filo. È vero che è stata da poco approvata la legge sul salario giusto, ma una legge che lascia molto spazio di intervento alle associazione che rappresentano le imprese e i lavoratori. Serve anche un salto culturale. 

Un esempio è il trattamento economico complessivo, che rinvia ai contratti e include anche il welfare e i trattamenti che riguardano la generalità dei dipendenti. Una formula che renderebbe molto più complicata la vita ai cosiddetti «contratti pirata». Con una riflessione che a questo punto riguarda i giovani, i nuovi assunti. Chi si sta preparando, formando, per esserlo. Sono stretti tra inflazione e base di partenza molto bassa del loro salario. Qui serve uno sforzo maggiore. Se vogliamo evitare che vadano via.

28 luglio 2026

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