Cultura, la pazienza e l’arte di coltivare i saperi
Parola antica che ha un debito con l’agricoltura e ci accompagna da diecimila anni nella civiltà
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Cultura, la pazienza e l’arte di coltivare i saperi
di Paolo FallaiParola antica che ha un debito con l’agricoltura e ci accompagna da diecimila anni nella civiltà
Illustrazione di Doriano Solinas
Ci vuole pazienza, applicazione, curiosità e cura per veder crescere delle piante rigogliose dai semi che abbiamo piantato. Sono le semplici leggi che regolano la coltivazione o coltura. Per la cultura, che ha proprio la stessa origine, non è molto diverso.
Un’origine molto concreta. Il termine cultura deriva dal verbo latino colere (da cultus, che è il participio passato) e che significa "coltivare". Originariamente legato all'ambito agricolo (la coltivazione della terra o di una pianta), il vocabolo è stato poi esteso metaforicamente per indicare la "coltivazione" della mente e dell'anima umana attraverso l'educazione, la conoscenza e l’arte.
Un passaggio storico. L’evoluzione che porta dalla coltivazione della terra alla nascita della civiltà e del sapere ci costringe a fare alcuni passi indietro, fino a ricordare il concetto di rivoluzione Neolitica. Questo processo, iniziato circa 10.000 anni fa, ha trasformato l'umanità da nomade a sedentaria. L'agricoltura ha garantito stabilità e controllo sulle risorse. Quindi una produzione regolare e meno dipendenza dalla caccia casuale. Cibo in eccesso conservato per il futuro. Nascita dei primi villaggi stabili vicino ai fiumi. Più risorse disponibili per far crescere la popolazione.
La divisione del lavoro. Con la nascita dei villaggi e delle prime comunità non tutta la popolazione doveva più dedicarsi alla ricerca di cibo. Con la specializzazione delle attività nascono artigiani, costruttori e mercanti. La differenziazione delle classi sociali si articola in base al ruolo e al possesso della terra (ma naturalmente forza e prepotenza continuano a farla da padrone). Si sviluppano leggi e governi per gestire le comunità (di solito impostate all’inizio dai più forti e dai più prepotenti).
La nascita del sapere e della scrittura. La gestione delle risorse complesse richiede nuovi strumenti mentali. La scrittura per contare i raccolti e registrare i tributi. La matematica, sviluppata per misurare i confini dei campi geometrici. L’astronomia con la creazione di calendari per prevedere le stagioni e le piene. La tecnologia con l’invenzione della ruota, dell'aratro e della metallurgia. Insomma, la terra coltivata ha liberato il tempo dell'uomo, trasformando il bisogno di sopravvivenza in capacità di pensare, organizzarsi e tramandare la conoscenza.
Il salto nel significato moderno. Prendendo in prestito la consueta precisione delle definizioni del dizionario di Tullio De Mauro, possiamo definire cultura il “complesso delle conoscenze intellettuali e delle nozioni che contribuisce alla formazione della personalità; educazione, istruzione: farsi, formarsi una cultura; avere una buona cultura; una persona di grande, media, scarsa cultura; il mondo della cultura, gli ambienti intellettuali; una persona di cultura, colta; l’insieme delle conoscenze: cultura letteraria, musicale, storica; la cultura umanistica e la cultura scientifica”. Sempre Tullio De Mauro ci accompagna a esplorare una seconda categoria di significati: le “pratiche e conoscenze collettive di una società o di un gruppo sociale; civiltà: la cultura rinascimentale, la cultura occidentale, la cultura contadina, la cultura borghese; culture preistoriche; culture scritte e culture orali.
L’assenza di confini. La precisione delle definizioni ci aiuta a comprendere come la parola cultura non concepisca confini o steccati. Lo dimostra, con la consueta chiarezza artistica che lo contraddistingue, il nostro illustratore Doriano Solinas che per illustrarla ha scelto di disegnare una chitarra con la cassa armonica a forma di libro. Ed è una parola che non ha paura del futuro: le scelte, i gusti, gli studi dei nostri pronipoti, che noi non possiamo neanche immaginare, saranno la loro cultura.
Parole differenti e perifrasi. Nel marzo 2026 l’Accademia della Crusca ha affidato alla linguista Chiara De Caprio la risposta ai dubbi dei lettori sulla parola disacculturato come sinonimo di ignorante. “Nella lingua italiana - scrive Chiara De Caprio - esistono differenti parole e perifrasi per definire una persona priva d’istruzione e di cultura: tra queste, ignorante, incolto, non istruito. Si può aggiungere che negli studi riconducibili all’àmbito della linguistica italiana, a partire da alcuni saggi di Francesco Bruni risalenti agli anni Ottanta del secolo scorso, con il lessema semicolto si è inteso descrivere chi, nel parlato e nello scritto, si serve di una varietà di lingua lontana dagli usi standard dell’italiano. I semicolti, quindi, pur essendo alfabetizzati, non hanno una piena competenza delle norme che regolano il funzionamento della lingua italiana e il loro comportamento linguistico è oggetto di stigmatizzazione sociale”. In conclusione Chiara De Caprio sostiene che “gli impieghi di disacculturato con il significato di ‘incolto’ e ‘ignorante’ (o dotato di scarsa cultura’, ‘impoverito culturalmente’) sembrano legati al processo di estensione e banalizzazione semantiche di acculturato (usato impropriamente come sinonimo di cólto)”.
Ma con la cultura si mangia? La celebre e controversa frase "con la cultura non si mangia" è comunemente attribuita all'ex Ministro dell'Economia Giulio Tremonti che ha più volte smentito di averla pronunciata. Molti giornali l’8 ottobre 2010 raccontarono un duro scontro tra gli allora ministri Sandro Bondi (Beni culturali) e Tremonti (Economia) sui tagli alla cultura del governo Berlusconi. La «Repubblica», ad esempio, attribuì al ministro Tremonti la frase: «C’è la crisi, non è che la gente la cultura se la mangia». Oggi come allora, Tremonti smentì di averla mai pronunciata, dichiarando all’Ansa il 9 ottobre che «una simile frase non fa parte del mio modo di pensare e di parlare». In compenso, Dario Franceschini ha pubblicato un libro intitolato "Con la cultura non si mangia?” pubblicato da La Nave di Teseo nell' aprile 2022, periodo in cui Franceschini ricopriva il ruolo di Ministro della Cultura nel Governo Draghi. Nel volume Franceschini riassume le riforme e gli investimenti compiuti durante i suoi molti anni alla guida del ministero.
Una citazione nobile. Ne’ miei sonetti, in quello de’ ‘capelli’ massimamente, vi potrebbe fors’essere maggior ornamento e pompa di parole, ma non vi manca cultura; altro è l’ornamento, altro la cultura. Questa citazione appartiene a Torquato Tasso ed è tratta da una delle sue lettere. Il poeta difende la propria produzione lirica dalle critiche estetiche di un detrattore (che accusa i suoi versi di essere "bassi" o privi di pregio). Tasso risponde rivendicando il valore profondo della sua poesia, in particolare del celebre componimento dedicato ai "capelli" dell’amata.
La premessa della letteratura. Proprio della coltura è suscitare nuove idee e bisogni meno materiali, formare una classe di cittadini più educata e civile, metterla in comunicazione con la coltura straniera, avvicinare e accomunare le lingue, sviluppando in esse non quello che è locale ma quello che è comune. Questa citazione si trova nel primo capitolo della Storia della Letteratura italiana di Francesco De Sanctis. Il critico letterario, ministro della pubblica istruzione del giova Regno d’Italia, utilizza questo concetto per descrivere il ruolo storico e sociale della cultura (scritta all'epoca con la grafia "coltura") nel superare i dialetti locali e i particolarismi municipali, favorendo così la nascita della lingua volgare e l'unità civile e intellettuale del popolo italiano.
La cultura e l’ingegno.Colui che ha molta cultura ma scarso ingegno non ha nemmeno cultura, perché la cultura non è davvero tale se non è dominata, trasformata e assimilata dall’ingegno, promovendone il naturale svolgimento. La citazione è tratta dall’opera “Etica e politica” di Benedetto Croce (inclusa nella raccolta omonima edita da Laterza), in cui il filosofo riflette sul vero significato della formazione, sottolineando come le nozioni sterili non abbiano alcun valore senza la capacità critica e creativa di elaborarle.
Ma la cultura serve a qualcosa? Questa rubrica ha già citato una volta Ágnes Heller una filosofa e saggista ungherese che ci ha regalato questo pensiero: «Se qualcuno dovesse chiedermi, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: “Prima di tutto, solo cose ‘inutili’, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita”. Il bello è che così, all’età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose». Come dicevamo la prima volta che l’abbiamo ricordata verrebbe solo da dirle grazie. Oppure regalare i suoi libri all’intera classe politica italiana, migliorerebbero di molto la loro cultura.
28 luglio 2026
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