Tommy Kuti: «A scuola i bambini mi evitavano sul pullman perché nero, in America ho scoperto di essere italiano. Brescia assomiglia al Bronx più di Milano»
Il rapper di origini nigeriane ma cresciuto a Castiglione delle Stiviere ha raccontato la sua storia al podcast «Vite che ispirano altre vite». Dall'infanzia ai Cinque continenti al successo del singolo «Afroitaliano»
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Tommy Kuti: «A scuola i bambini mi evitavano sul pullman perché nero, in America ho scoperto di essere italiano. Brescia assomiglia al Bronx più di Milano»
di Pietro Keller CassettiIl rapper di origini nigeriane ma cresciuto a Castiglione delle Stiviere ha raccontato la sua storia al podcast «Vite che ispirano altre vite». Dall'infanzia ai Cinque continenti al successo del singolo «Afroitaliano»
Tommy Kuti è stato ospite del podcast di Pianeta B12 «Vite che ispirano altre vite», condotto da Liala Antonini
Nel 2014 fonda a Brescia la Manca Melanina records. «Non sono straniero, sono stranero. Ho la pelle scura, l’accento bresciano», esordisce nei suoi pezzi. Il termine «afroitaliano» l’ha praticamente inventato lui: fu il titolo del suo primo singolo di successo, uscito per la Universal nel 2017. Della Nigeria, il luogo in cui è nato il 28 luglio del 1989, ricorda pochissimo: si è trasferito in Italia con la famiglia quando aveva due anni. «Per gran parte della mia esistenza mi sono considerato straniero. Poi ho avuto la fortuna di fare un’esperienza di un anno in America, quando avevo sedici anni. Appena arrivato mi chiedevano: “Where are you from?”, di dove sei? Allora, nel rispondere a quella domanda, ho capito che tutto ciò che avevo era italiano, che io provenivo da lì. È stato quello il momento in cui l'ho scoperto”.
Quasi vent’anni dopo, la parabola del rapper Tommy Kuti – il nome completo è Tolulope Olabode Kuti - si è affermata come rappresentativa di una «community» afroitaliana, caratterizzata, sul lato musicale, dalle sonorità afrobeat e dal richiamo alla tradizione hip hop. Kuti ha raccontato il suo percorso di recente a «Vite che ispirano altre vite», il podcast condotto da Liala Antonini (la giovanissima figlia di Licia Colò), parte del palinsesto del canale YouTube Pianeta B12.
Il rapper ha trascorso quasi tutta l’infanzia a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. La sua famiglia scelse di abitare ai Cinque continenti, un quartiere costruito fra gli anni ’70 e ’80 e, «per dinamiche sociali, simile a un ghetto: anche i miei genitori, senza esserne costretti, preferivano abitare lì piuttosto che altrove». Ancora due anni fa, per dire, un residente di Castiglione modificava il nome del quartiere su Google Maps sostituendovi la dicitura «Bronx».
Tommy si è sentito giudicato per il colore della pelle fin da bambino. “Da quando frequentavo l’asilo delle suore in Valle Camonica. E poi il primo giorno di elementari: sul pullman i bambini mi evitavano, poi il giorno successivo mi additarono con la “n-word”. Io non sapevo neanche cosa significasse».
Nel 2019 Tommy Kuti ha scritto il suo primo libro, «Ci rido sopra. Crescere con la pelle nera nell’Italia di Salvini». Ogni capitolo inizia con una pagina di diario del padre, che si trasferì in Italia quando aveva 21 anni. «Aveva una famiglia a cui badare e un mondo sconosciuto di fronte a lui. In quel diario ho trovato l’umanità di un fenomeno che è raccontata sempre solo con le statistiche. Molti oggi sono ancora razzisti perché si rifiutano di conoscere storie come quella di mio padre».
Negli anni, gran parte della musica e dell’attivismo del rapper si è concentrato sulla battaglia per la cittadinanza e per il riconoscimento dello ius soli. «Io l’ho ottenuta presto, a tredici anni, ma sono stato testimone dello “struggle” (lo sforzo, la sofferenza, ndr) di molti miei amici e conoscenti. Nella mia musica ho deciso di raccontare anche questo».
Il primo album, Italiano vero, Tommy Kuti l’ha pubblicato nel 2018, un anno dopo il successo di «Afroitaliano». Con dischi come Summer love, dal rap sociale si è nel tempo avvicinato allo studio delle sonorità afro. Musicalmente, il punto di svolta è stato «l’approdo a Brescia, nel 2014, quando fondai Manca Melanina. Allora avevo già fatto molte esperienze – parlavo cinque lingue, mi ero laureato a Cambridge, avevo trascorso anni all’estero – ma in Italia i ragazzi bianchi continuavano ad avere opportunità infinitamente più ampie delle mie. Così mi sono fatto coinvolgere da questo gruppo di produzione musicale: a Brescia ho trovato una comunità straordinaria, coesa, con un proprio slang e un proprio orgoglio. In alcune sue parti, la città assomiglia molto di più al Bronx di quanto vi assomigli Milano».
L’ultimo album del rapper, pubblicato nel 2025, è «Community». A lui piacerebbe essere ricordato proprio «come una persona che è stata in grado di unirne altre. La comunità musicale in cui sono cresciuto era profondamente divisa, in competizione. Io ho provato a creare ponti che unissero chi proveniva da una comune cultura afro, nella direzione di uno spazio creativo da cui poi potesse scaturire una nuova scena musicale, come l’hip hop italiano da cui emerse Fabri Fibra. È questo che ancora oggi ispira la mia musica».
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28 luglio 2026
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