Bolzano Danza, un orso polare nel Museion Atelier: la performance che invita a riscoprire memoria e identità
Corriere della Sera - Cultura

Bolzano Danza, un orso polare nel Museion Atelier: la performance che invita a riscoprire memoria e identità

Martedì 28 luglio 2026
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La performer svizzera Camilla Parini porta a Bolzano «Je suisse (or not)», un'esperienza immersiva per un solo spettatore alla volta tra fotografie, memoria familiare e riflessioni sull'identità

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Bolzano Danza, un orso polare nel Museion Atelier: la performance che invita a riscoprire memoria e identità

di Silvia M. C. Senette

La performer svizzera Camilla Parini porta a Bolzano «Je suisse (or not)», un'esperienza immersiva per un solo spettatore alla volta tra fotografie, memoria familiare e riflessioni sull'identità

Sospendere il rumore del mondo, varcare una soglia ed entrare in una stanza separata, fredda, avvolta da una nebbia leggera e illuminata da una luce siderale. Al centro, una presenza monumentale e muta: un enorme orsopolare seduto di spalle. È il cuore di «Je suisse (or not)», la suggestiva performance ideata e interpretata dall’artista elvetica Camilla Parini che domani e giovedì animerà gli spazi del Museion Atelier di Bolzano nell’ambito della stagione di «Bolzano Danza».

Una performance intima tra artista e spettatore

Prodotta dal Collettivo Treppenwitz, realtà multidisciplinare fondata nel 2018 in Ticino da sei artisti e arricchita nel 2026 dall’ingresso di Francesca Sproccati, l’opera si presenta come un dispositivo relazionale ad alto tasso di intimità. Realizzata con il sostegno di Pro Helvetia e avvalendosi delle collaborazioni artistiche di Anahì Traversi, Elena Boillat e Simon Waldvogel oltre al supporto drammaturgico di Jessica Huber, la performance è pensata per un solo partecipante alla volta, al massimo due. L’esperienza azzera ogni distanza tra chi crea e chi fruisce: per trenta minuti, in un percorso disponibile in italiano, tedesco, inglese e francese, il pubblico diventa protagonista di un viaggio introspettivo in cui la memoria individuale si fonde con l’immaginario collettivo.

L’album di famiglia che racconta memoria e identità

L’elemento di connessione visiva dell’incontro è un album di famiglia: un libro d’artista composto da fotografie d’epoca, cartoline, collage, frammenti e biglietti che fungono da guida e invitano a compiere piccole azioni nello spazio condiviso con l’orso. Attraverso questi oggetti transizionali, che lavorano sulle dinamiche di separazione e attaccamento, la narrazione non passa tramite la parola recitata ma si affida al tempo interiore di chi legge e alla sua voce mentale. Ciascun partecipante sfoglia le pagine ricomponendo la trama di un’infanzia altrui, finendo per specchiarvi la propria storia personale fino a quegli antenati dei quali non possiede memoria diretta.

L’orso polare come maschera e metafora

La figura dell’orso polare, dentro cui la stessa Parini si cela indossando un costume di peluche, diventa il fulcro metaforico dell’azione. «Mia nonna si divertiva a raccontare bugie e un giorno mi ha detto: ricordati di cercare l’orso! Poi in mezzo è passata la vita e mi sono dimenticata di tante cose», ricorda l’artista. Formatasi in teatrodanza all’Accademia Paolo Grassi di Milano, attiva anche nella nascita del movimento Ticino is Burning e autrice di lavori come «Still Leben», «Io sono un’altra» e «Kiss! (Loving Kills)», Parini sfrutta la maschera dell’animale per superare la naturale timidezza e le riserve verso il linguaggio verbale. La figura dell’orso offre così uno schermo protettivo dietro cui osservare il mondo da una prospettiva nuova, senza l’urgenza di dover dimostrare nulla a sé o allo spettatore. 

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Tra infanzia, svizzeritudine e fragilità del pianeta

Allo stesso tempo il camuffamento richiama in chiave ironica i peluche dell’infanzia, le cartoline alla «Amélie» e le icone geografiche della «svizzeritudine», presente anche nel gioco di parole del titolo della performance, evocando la fragilità del ghiacciaio del Rodano e degli ambienti naturali in costante scioglimento. Tra spezzoni di video che ritraggono una bambina svogliata sulle piste da sci, caramelle gommose a forma di animaletto e sequenze di istantanee, la performance solleva interrogativi cruciali sulla costruzione dell’identità: siamo davvero ciò che ricordiamo o siamo la storia che scegliamo di raccontarci per dare senso al presente? Dove finisce il dato di realtà e dove comincia la finzione poetica dell’autobiografia? 

Un viaggio nella vulnerabilità dei ricordi

Quello che ne deriva è un esercizio di ricomposizione del passato che trasforma la solitudine dell’incontro vis-à-vis in un momento di intensa partecipazione emotiva. In un gioco di specchi continuo, in cui la separazione tra performer e spettatore sfuma nell’ambiente nebbioso dell’Atelier, «Je suisse (or not)» offre l’opportunità di misurarsi con la vulnerabilità dei ricordi e con il bisogno ancestrale di raccontarsi, prima di riemergere nel flusso quotidiano. La performance, a cui si può assistere prenotandosi sul sito di Museion, si terrà domani dalle 10 alle 19.15 e giovedì dalle 11 alle 21.15.

28 luglio 2026

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