Il governo e la voce ignorata di ragazze e ragazzi: otto giovani su dieci non si sentono ascoltati
Le nuove generazioni chiedono impegni per diritti e crisi climatica, la politica reagisce con disinteresse
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Il governo e la voce ignorata di ragazze e ragazzi: otto giovani su dieci non si sentono ascoltati
di Barbara PoggioLe nuove generazioni chiedono impegni per diritti e crisi climatica, la politica reagisce con disinteresse
Più di otto giovani su dieci pensano che la propria voce non conti. È quanto emerge da un’indagine del Forum Disuguaglianze e Diversità, condotta tra il 2023 e il 2026 su circa tremila studenti e studentesse di 21 scuole italiane. Non si tratta di una generazione indifferente, rileva il rapporto: ragazze e ragazzi mostrano una forte consapevolezza delle disuguaglianze e si dichiarano preoccupati per il lavoro, la guerra, i diritti e la crisi climatica. Eppure faticano a riconoscere spazi nei quali la loro parola possa produrre effetti.
Intanto, un disegno di legge approvato il 23 luglio dal Consiglio dei ministri propone di presumere, tra i quattordici e i diciotto anni, la capacità di intendere e di volere fino a prova contraria. Minorenni quando chiedono di essere ascoltati, quasi adulti quando devono essere puniti. L’indagine colloca al primo posto tra le preoccupazioni la mancanza di lavoro, seguita dalla guerra, dai diritti delle persone e dallo scarso peso della propria voce. La lucidità sulle cause strutturali delle ingiustizie non si traduce però in fiducia verso le forme tradizionali di partecipazione. Ragazze e ragazzi privilegiano comportamenti individuali, consumi consapevoli, voto, mentre guardano con diffidenza a partiti, associazioni e mobilitazioni. Più che disimpegno, è il sintomo di una rappresentanza che non convince: le organizzazioni sono percepite come poco permeabili, incapaci di ascoltare e di produrre cambiamento.
Il disegno di legge interviene sull’articolo 98 del codice penale. Non modifica la soglia dei quattordici anni né elimina la riduzione della pena prevista per i minorenni, ma rovescia il criterio di accertamento: finora la capacità di intendere e di volere doveva essere verificata caso per caso; ora verrebbe presunta, salvo prova contraria. La proposta arriva, peraltro, in un sistema già irrigidito: secondo dati di Save the Children, le sentenze di non luogo a procedere per immaturità sono passate da 256 nel 2004 a 60 nel 2024.
Le due notizie restituiscono, da prospettive diverse, una medesima contraddizione.
Da un lato, le istituzioni sono pronte a presumere la capacità dei minorenni di rispondere penalmente delle proprie azioni. Dall’altro, faticano a riconoscerli come interlocutori nelle decisioni che riguardano la scuola, il lavoro e il futuro. Una maturità a intermittenza, presunta quando si tratta di attribuire una responsabilità penale, ignorata quando si tratta di riconoscere ai giovani voce e capacità di incidere. Chiedere responsabilità senza offrire voce, opportunità e spazi di partecipazione non rafforza né la sicurezza né la fiducia. Rischia piuttosto di trasferire il costo di problemi strutturali, povertà educativa, precarietà, carenza di servizi e di luoghi di socialità, sulle spalle di chi li subisce per primo.
Barbara Poggio è Prorettrice alle politiche di equità e diversità dell'Università di Trento
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