Giacomo Bove, marinaio del Monferrato che vinse i ghiacci del Polo. Un viaggio epico e lo scambio coi Ciukci siberiani: pipe per denti di cavallo marino
Cartografo di bordo nella spedizione di Erik Nordenskiold del 1878, dalla Svezia a Napoli passando per lo Stretto di Bering, il Giappone e l'Oceano Indiano. Il trionfo e poi il tragico epilogo a Verona
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Giacomo Bove, marinaio del Monferrato che vinse i ghiacci del Polo. Un viaggio epico e lo scambio coi Ciukci siberiani: pipe per denti di cavallo marino
di Carla Piro ManderCartografo di bordo nella spedizione di Erik Nordenskiold del 1878, dalla Svezia a Napoli passando per lo Stretto di Bering, il Giappone e l'Oceano Indiano. Il trionfo e poi il tragico epilogo a Verona
«Sarà per me questo viaggio una scuola nella quale devo rendermi utile al mio paese: sarò un assiduo scolaro, affinché se l’Italia volesse trar profitto di me lo possa fare senza tema». Scrive così Giacomo Bove, il 4 luglio 1878, in partenza per una spedizione che cerca il mitico passaggio a nord est, il corridoio di mare che, dal Mare del Nord raggiunga l’Oceano Pacifico. Una sfida antica per il clima durissimo, per la navigazione tra i ghiacci.
Dalle vigne al mare
Giacomo però non ha paura, prova anzi un’emozione che gli toglie il fiato perché «… bisogna aver vegliato notti e notti sopra di una geografia, essersi consumati gli occhi su di un atlante geografico, aver sognato le mille e mille volte le grandi imprese dei Caboto, dei Colombo, dei Magellano per provare quello che sentii io...». Eppure è figlio del Monferrato: è nato nel 1852 a Maranzana, vicino Asti, tra le colline. Suo padre, Francesco, e sua madre, Antonia Garbarino, sono proprietari di vigneti, avvezzi alla terra più che all’acqua. Ma lui è diverso dagli altri figli Maria, Isabella, Giuseppe e Rosa, vuole solo viaggiare per mare. Studia ad Acqui Terme, poi a Genova, con grandi sacrifici entra in Accademia navale, si diploma e partecipa come cartografo alla spedizione scientifica che Enrico Accinni conduce in estremo oriente a bordo della splendente pirocorvetta Governolo.
Il viaggio memorabile
Tra il 1875 e il 1876 chiede di partecipare a spedizioni per l’esplorazione dell’artico, ma è respinto. L’anno dopo la Marina lo cerca per la spedizione scandinava della nave Vega. Comincia qui il viaggio che porterà il piemontese Giacomo Bove — cartografo di bordo nella spedizione di Erik Nordenskiold — a percorrere 22.189 miglia nautiche (circa 41.094 km) in oltre 590 giorni di navigazione, e a raggiungere il Pacifico, toccando infine il porto di Yokohama.
Un viaggio memorabile: Svezia - Siberia - Stretto di Bering - Giappone - Oceano Indiano - Canale di Suez - Napoli: sarà la prima spedizione a esplorare la rotta tra Europa e Asia attraverso l’Artico e saranno le lettere di Giacomo e il suo diario di bordo a raccontarlo al mondo.
Verso i ghiacci
A gennaio 1878 è a Verona, poi Monaco e Stoccolma. Ad aprile è a Karlskroma, da cui il 24 giugno 1878 salpa alla volta di Copenaghen, fa sosta a Göteborg e approda a Tromsø, capitale dell’Artico e dell’aurora boreale, luogo di ritrovo e vera partenza. Dalla sua lettera del 5 agosto 1878: «Eccoci con la macchina accesa e pronti a salpare per dirigerci al nord. Il Fraser, battello a vapore, che trovammo all’àncora in questo porto, recherà in Europa le ultime nostre notizie. [...] La stagione pare oltremodo favorevole per un viaggio al nord. A 74° di latitudine non abbiamo incontrato un solo pezzo di ghiaccio, e i venti che dominano in questi giorni, spiranti dal nord, sono caldi. Credo che la Società geografica avrà ricevuto la mia lettera da Tromsø nella quale io accennava al nostro viaggio da Gothemburgo [...] Le cose a bordo vanno abbastanza bene. Si sono cominciate le osservazioni meteorologiche e quelle idrografiche. Tanto le une che le altre si fanno ogni quattro ore: alle idrografiche sopraintendo io ed esse consistono nello scandagliare esattamente il fondo, dragare per averne saggi, determinare il peso specifico dell’acqua a diverse profondità, esaminare la quantità di sale ch’essa contiene, la sua temperatura».
Presto però è il ghiaccio il vero protagonista. Scriverà nel 1881: «Giungemmo in agosto al Capo Celiuskin (il punto continentale più settentrionale dell’Eurasia, a 1.370 km dal Polo nord) senza ostacoli. Quando volemmo abbandonarci in corse avventurose attraverso il mare di Taimir, poco mancò che le navi rimanessero impigliate nei ghiacci estesissimi: si dovette ritornare indietro; si accostò con gravi stenti la terra abbandonata, e con la guida di essa si giunse senza inconvenienti ai Capi Baranow e Scelagscoi. Anche qui sì volle tentare il largo, ed i ghiacci ci ricacciarono a terra [...]. Nelle vicinanze del Capo Jìnretlen» (Società Geografica Italiana).
Il popolo indigeno
A settembre il mare totalmente gelato li obbliga a fermarsi presso Pitlekai, dove incontrano i Ciukci, una popolazione indigena della Siberia nord-orientale. Dal diario di bordo: «La voce degli indigeni in vista si propagò immediatamente nella nave non appena quelle creature furono viste, e tutti saltarono dal letto come all’annunzio di una gioia inaspettata per vedere i nuovi arrivati. Si alzò la bandiera e si arrestò la nave per permettere ai battelli di accostare ed agli uomini di salire a bordo. Tale è la natura degli uomini! La solitudine rende tristi; basta anche la più meschina creatura umana per far ricomparire la gioia sul volto. La vista di quei battelli, di quegli esseri umani che ci facevano vedere esser noi non soli al mondo, ci rianimò e ci fece dimenticare le lunghe ore passate nella solitudine in cui lo sguardo errava da vasti campi di ghiaccio a tristi e deserte contrade».
Denti bianchissimi, «manine e piedini», viso largo e zigomi sporgenti, tratti simili a quelli dei cinesi secondo la descrizione di Bove che racconta poi dello scambio di doni «cauto ma non timoroso»: pipe di gesso, tabacco e acquavite, in cambio di denti di cavallo marino, ossa di balena. Restano bloccati a Pitlekai fino al luglio 1879.
Ritorno trionfante
Il 20 luglio, ripartiti, passano trionfalmente lo Stretto di Bering, le bandiere di gala issate, salutano il passaggio con cinque colpi di cannone. Il 2 settembre, arrivarono a Yokohama dove ricevono grandissimi festeggiamenti. Da lì attraverso l’oceano Indiano e il canale di Suez arrivando poi a Napoli il 14 febbraio 1880. Il giovane tenente di vascello ha compiuto un’impresa enorme, che come lui stesso aveva detto da Roma il 10 febbraio 1878 avrebbe «migliorate in un lontano avvenire le sorti di paesi immensi». La sua fama è ora all’apice. Tra 1881 e 1886 conduce altre due spedizioni, in Patagonia e in Congo. Durante l’ultima però si ammala, forse di malaria, si deprime.
Epilogo inatteso
Il 9 agosto 1887, sta tornando in treno da Vienna a Genova. Invece si ferma a Verona, prima città italiana sul percorso. Va a comprare una pistola, si dirige fuori città. Si siede sotto un albero e si spara. Il fatto di cronaca desta enorme scalpore. Tra i primi ad accorrere sul posto un giovane cronista inviato dal giornale locale l’Arena. Si chiama Emilio Salgari.
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27 luglio 2026
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