Bonfanti sfida la Biennale con il suo «Verde miccia»: una parte della mostra arriva anche a Sant'Omobono Terme
La mostra è ospitata nel Sestiere San Marco negli stessi mesi della Biennale. Tra tele astratte e «sfere di luce», il percorso dialoga con letteratura, cinema e arte contemporanea
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Bonfanti sfida la Biennale con il suo «Verde miccia»: una parte della mostra arriva anche a Sant'Omobono Terme
di Federico FumagalliLa mostra è ospitata nel Sestiere San Marco negli stessi mesi della Biennale. Tra tele astratte e «sfere di luce», il percorso dialoga con letteratura, cinema e arte contemporanea
Tele astratte e «sfere di luce» nella doppia esposizione fino al 22 novembre
Condividere con la Biennale di Venezia, una città e un intero periodo espositivo (stesse date di apertura al pubblico, dall’8 maggio al 22 novembre), può essere motivo di orgoglio o di condanna. «Verde miccia», la personale di Manuel Bonfanti, piccola e indipendente, non soffre il gigantismo dell’Esposizione Internazionale d’Arte. La mostra dell’autore bergamasco è allestita nel palazzo di Confcommercio, nel centralissimo Sestiere San Marco. Sono poco distanti gli spazi dell’Arsenale e dei Giardini, che accolgono i padiglioni di mezzo mondo e le usuali polemiche universali.
A dispetto del nome esplosivo, invece, «Verde miccia» è contemplativa ed equilibrata. «Il titolo è sempre una sintesi di vari ingredienti — spiega Bonfanti —. Qui, ad esempio, si ritrovano Dylan Thomas e Walt Whitman, con la loro energia deflagrante. C’è pure il professor Keating del film “L’attimo fuggente”». Che, interpretato da Robin Williams, ai suoi studenti declamava i grandi rivoluzionari della letteratura. Un rivoluzionario dell’immagine è stato Lucio Fontana. «I suoi “concetti spaziali” sono per me centrali — continua Bonfanti —. D’altra parte, cos’è il “concetto” se non l’esplosione di una miccia?».
Gli spazi di Confcommercio Venezia sposano con naturalezza — senza la necessità di sovrastrutture scenografiche — sia le più usuali tele astratte a «pennellata fluida», sia le «sfere di luce». «Ho voluto chiamarle così, malgrado si tratti di dischi d’alluminio — spiega l’artista, classe 1974 —. Nel mio immaginario, si muovono come scintille in un prato. Ma, anche, mi affiorano alla memoria le sfere di cristallo dei maghi».
Le suggestioni autoriali si fanno concrete, di fronte all’opera che più ruba l’occhio e l’attenzione dello spettatore. La sfera sospesa sul canale, collocata «sulla porta dell’acqua. Lo spazio dove è allestita sarebbe quello destinato a un rosone gotico. La sfera si illumina e riflette l’acqua sottostante, che scorre».
Bonfanti puntualizza un altro «credo» professionale: «Con la mia espressione artistica, non cerco l’autobiografia. Mi pare che tanti colleghi mirino, attraverso la loro produzione, a parlare di sé stessi». La Biennale 2026 conferma questo sospetto. Visitare per credere, ne vale sempre la pena. Ma si può rinunciare a Venezia, senza perdersi «Verde miccia» di Bonfanti. Una costola della mostra (stesso titolo, stessa data di finissage: 22 novembre) ha appena aperto a Sant’Omobono Terme.
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27 luglio 2026
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