Sottoterra, una strage infinita
Corriere della Sera - Cultura

Sottoterra, una strage infinita

Domenica 26 luglio 2026
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L’8 agosto saranno settant’anni dal disastro di Marcinelle, tappa di una lunga storia di catastrofi spesso dimenticate. Courrières, Hillcrest, Cherry: così morivano i minatori. Tanti erano italiani, e ancora bambini

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Sottoterra, una strage infinita

di Gian Antonio Stella

L’8 agosto saranno settant’anni dal disastro di Marcinelle, tappa di una lunga storia di catastrofi spesso dimenticate. Courrières, Hillcrest, Cherry: così morivano i minatori. Tanti erano italiani, e ancora bambini

Il dolore dei familiari per le vittime della tragedia di Cherry, Illinois, negli Stati Uniti, avvenuta nel 1909: nel disastro morirono 259 persone tra cui 73 italiani, per metà modenesi

«Un terribile scoppio di grisou è avvenuto stamane nella miniera di carbone di Courrières. È impossibile calcolare il numero delle vittime anche approssimativamente, ma si sa che 1.800 operai minatori discesero stamane nei tre pozzi che furono teatro della catastrofe... I tre pozzi sono ora trasformati in altrettanti bracieri ardenti. La cosa fa raccapriccio solo a pensarvi».

Sono passati 120 anni da quell’apocalisse raccontata in prima pagina sul «Corriere della Sera» del 10 marzo 1906. E sarebbe un delitto, a pochi giorni dalla commemorazione dei 70 anni dalla sciagura di Marcinelle dell’8 agosto 1956, in cui morirono 262 poveretti dei quali 136 italiani, non ricordare quella che fu la catastrofe mineraria più grave d’Europa e dell’Occidente. Furono 1.199, secondo «Le Petit Parisien», le vittime dei crolli. Tra cui duecento immigrati italiani, pare, anche se la prima stima non fu confermata mai, e «302 ragazzi dai 13 ai 18 anni».

Adolescenti che spesso scendevano nei pozzi col papà senza essere registrati. Come accadrà l’anno successivo a Monongah, nella West Virginia, dove Wikipedia precisa che la conta finale di 362 morti, di cui 171 italiani soprattutto molisani e calabresi, va presa con le pinze: «È opinione condivisa che le vittime furono molte di più». Come sosteneva il «Fairmont West Virginian» che parlò di almeno 406 sepolti nei crolli. Ipotesi probabile se è vero, come sostiene il saggio Of Sorrow and Dust: The Tale of the Monongah Mine Disaster, che solo dopo la sciagura fu vietato di calarsi nelle miniere «ai bambini di età inferiore ai 12 anni». Dodici.

Pare impossibile? È così. Lo ricorda perfino la testimonianza di uno degli eroi di Marcinelle, quell’Angelo Galvan di Roana, Asiago, ritratto a occhi bassi in una foto accanto a una donna che implora notizie (una moglie? una figlia? una sorella?) e citato più volte nello struggente La catastròfa (Sellerio), del nostro Paolo Di Stefano, come protagonista del disperato tentativo di trovare sopravvissuti nelle gallerie crollate. Aveva solo 36 anni, l’«Angelo di Marcinelle». Ma era tra i più esperti: era sceso in miniera la prima volta quando di anni ne aveva appena fatti 14. Ed era stato assunto a Bois du Cazier quando ne aveva 15.

Quella, per millenni, è stata la storia delle miniere. Basti rileggere Lucrezio che nel De rerum natura racconta del «fetore ripugnante» e dei veleni e dell’ineluttabile destino di uomini che «in breve tempo muoiono» perché viene «loro a mancare la forza vitale, costretti a un simile lavoro dalla dura violenza della necessità». O le poesie del «Vate etneo» Mario Rapisardi: «Scaviam, scaviam; chi sa? forse tra poco/ Ci mozza il fiato quest’aria maligna/ Ci schiaccia il monte, divoraci il foco:/ Vedete? In fondo la morte sogghigna». O George Orwell che ne La strada di Wigan Pier scrive che lavorare in miniera è «così esageratamente orribile ma insieme necessario e lontano e così invisibile che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene».

Cosa conoscono gli italiani, Marcinelle a parte, dei peggiori disastri minerari che videro tra le prime vittime veneti e siciliani, friulani e abruzzesi? Quanti sanno che in decine di catastrofi nelle viscere della terra da un capo all’altro del mondo (centinaia di bergamaschi, ricorda un libro di Laura Di Teodoro e Giuseppe Zois, finirono perfino nelle miniere indiane) morirono almeno un migliaio di emigrati italiani più chissà quanti altri sepolti o bruciati nella solitudine di singole tragedie quotidiane al punto che alcune miniere, come nel Sulcis (dove lo storico Mauro Pistis ha calcolato 407 minatori morti così, alla spicciolata) avevano sottoterra una sala mortuaria?

Quanti sanno che perfino il più grave dei disastri minerari in Italia, 185 morti il 29 febbraio 1940 ad Arsia, la cittadina fondata da Mussolini a nord di Pola quando l’Istria era italiana, vide il pesante coinvolgimento di decine di emigrati per lo più sardi lì accorsi al richiamo autarchico del regime? Non uscì una riga in prima pagina, allora, sul «Corriere» in pugno ai fascisti. Solo due colonnine a pagina 2. E poco uscì sui giornali, all’epoca, di tanti altri eccidi minerari che colpirono i nostri emigrati. Ventotto morti su 128 a Fernie, nella British Columbia nel 1902, ventiquattro su 189 a Hillcrest nell’Alberta nel 1914, settantatré (per metà modenesi) su 259 a Cherry nell’Illinois nel 1909, addirittura 146 (una strage superiore a Marcinelle) su 261, secondo il nostro consolato, nel 1913 a Dawson, nel New Mexico, dove dieci anni dopo una nuova esplosione ne avrebbe uccisi altri venti su 125...

Un’ecatombe. Non bastassero le fatalità, gli errori umani, l’ingordigia produttiva che pressava gli schiavi sotterranei a lavorare a cottimo, si aggiunse la ferocia dei padroni delle miniere. Come a Calumet, nel Michigan, tra le capitali del rame mondiale, dove i minatori sottopagati in buona parte e stremati da uno sciopero iniziato a luglio, decisero di festeggiare comunque il Natale del 1913 nella sede della Società mutua beneficenza italiana. E lì, mentre una bimba suonava il piano, una squadraccia fece irruzione urlando «Fire! Fire!». E nel momento in cui tutti fuggivano terrorizzati all’idea di un incendio, canterà il grande folk singer Woody Guthrie in 1913 Massacre, i criminali sbarrarono le porte. Morirono in 73, tra i quali 59 bambini, molti italiani.

Ancora più spaventosa se possibile, anche se le vittime furono meno, fu il 20 aprile 1914 la strage di Ludlow, in Colorado. Anche lì i minatori, che vivevano con le famiglie accampati in tendoni bianchi dove avevano passato il nevoso inverno, erano in sciopero. Stufo delle proteste, il potentissimo John Rockefeller riuscì a mobilitare la Guardia nazionale del Colorado rinforzata con milizie private. Tutti armati di mitragliatrici. Il campo fu incendiato e raso al suolo. Una carneficina: 5 scioperanti, 2 donne e 12 bambini morti. Nella targa che ricorda oggi la strage spiccano tra le 19 vittime 11 italiani. Su tutti, i figlioletti della signora Petrucci: Frank aveva sei anni, Joe quattro, Lucy sei mesi. Bei rivoltosi! Le polemiche furono così dure e incandescenti che il vecchio Rockefeller fu costretto a un’offensiva filantropica per contenere almeno in parte il discredito. E nella scia di tutto questo finì perfino per finanziare il Moma voluto dalla moglie Abby. Così che anche il grande museo newyorkese di arte moderna è in qualche modo figlio delle grandi tragedie dell’emigrazione italiana. E dei piccoli Franco, Giacomo e Lucia Petrucci.

26 luglio 2026

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