Roberto Saviano: «La mia vita? Mi sento in guerra perenne. Spero sempre che questo incubo possa finire. Possibilmente senza dovere lasciare l’Italia»
Corriere della Sera - Cultura

Roberto Saviano: «La mia vita? Mi sento in guerra perenne. Spero sempre che questo incubo possa finire. Possibilmente senza dovere lasciare l’Italia»

Domenica 26 luglio 2026
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Lo scrittore al sacrario militare di Asiago con un monologo sulla guerra: «Sull’Altopiano cicatrici come a Gaza e in Ucraina»

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Roberto Saviano: «La mia vita? Mi sento in guerra perenne. Spero sempre che questo incubo possa finire. Possibilmente senza dovere lasciare l’Italia»

di Francesca Visentin

Lo scrittore al sacrario militare di Asiago con un monologo sulla guerra: «Sull’Altopiano cicatrici come a Gaza e in Ucraina»

Roberto Saviano arriva al Sacrario militare di Asiago con un monologo inedito sulla guerra «In trincea: dalla Grande Guerra all’Ucraina», scritto per l’occasione. L’appuntamento è sabato 1 agosto (ore 21.15) nell’ambito della rassegna «Piazza Asiago». «Parlare di guerra dal Sacrario Militare di Asiago significa assumersi la responsabilità della memoria - dice Saviano - . Qui riposano migliaia di soldati italiani e austro-ungarici: un luogo che non celebra la guerra, ma ne custodisce il costo umano. Da questo suolo voglio partire per raccontare come la guerra, che credevamo consegnata ai libri di storia, sia tornata al centro dell’Europa, con le trincee del Donbass che ripetono, a più di un secolo di distanza, il fango e l’attesa del Carso e dell’Altopiano».

Saviano, cosa significa oggi, cento anni dopo, conoscere quello che è accaduto sull’Altopiano di Asiago, assumersi la responsabilità della memoria?
«Noi siamo ciò che sappiamo, ciò che ricordiamo, siamo ciò su cui siamo in grado di fare ragionamenti lucidi. La maggior parte dei problemi che abbiamo, come comunità, derivano dall’avere dimenticato. Abbiamo dimenticato come eravamo prima della Grande Guerra e perché siamo entrati in due disastrosi conflitti mondiali. Abbiamo dimenticato la miseria e la frustrazione. Ogni tanto vale la pena ritornarci».

Qual è lo spirito con cui si confronta con un luogo così segnato dalla Grande Guerra?
«È mettermi in ascolto. Può sembrare un controsenso: ciò che ci si aspetta da me è un racconto, eppure vengo per ascoltare e per osservare. I luoghi conservano memoria e la memoria si rinnova, attraverso di noi, diventando azione. I segni lasciati dalla Grande Guerra sono cicatrici, come quelle che hanno ferito a morte Gaza e l’Ucraina. Come quelle che feriscono a morte i paesi da cui migliaia di persone fuggono sperando di trovare, nelle democrazie occidentali, una vita dignitosa».

La guerra è al centro dell’Europa e in Medio Oriente. Il passato non porta consapevolezza?
«Evidentemente no. Venuti a mancare gli ultimi testimoni in grado di raccontare gli orrori della guerra, è come se fossimo tornati indietro di secoli. L’Europa democratica deve assolutamente fare uno sforzo e ritornare alle sofferenze del secolo breve per costruire il suo futuro».

Da Malaparte a Cendras e Cèline, Lussu, Levi e oggi Artem Chekh. La letteratura che funzione ha?
«Oggi me lo chiedo seriamente. La letteratura ha una funzione imprescindibile, ma bisogna leggere. A volte penso che invece dei tanti corsi di scrittura, servirebbero corsi di lettura, e ci sto seriamente pensando. Quello che serve è una chiave per riavvicinare le persone alla lettura. Oggi gli editori televisivi hanno poco coraggio e non capiscono che spesso è l’offerta a determinare la domanda. Più libri in tivù sarebbe la vera rivoluzione. Ci salviamo solo con la cultura. E questo non è un modo per bypassare i problemi sociali ed economici, ma una popolazione con maggiori capacità di comprensione, con maggiori competenze letterarie e matematiche, è una popolazione che non puoi imbrogliare e che sarà in grado di difendere i propri interessi».

Con i droni i conflitti sembrano videogiochi, c’è una assuefazione alla violenza che rende indifferenti?
«Assolutamente sì. Tutto è mediato da uno schermo, quindi tutto è distante da me. Tutto accade perché venga ripreso e noi ne siamo gli spettatori, meglio se inerti».

Il linguaggio della guerra, la rappresentazione della guerra, è anche una responsabilità dei media. Cosa dovrebbe cambiare?
«Andrebbero raccolte testimonianze sul posto, invece il nostro è il tempo delle agenzie, delle informazioni di seconda o terza mano. Chi fa informazione mettendoci il corpo e sono in tanti, nonostante le risorse sempre più scarse delle redazioni giornalistiche, fa la differenza».

Lo scenario attuale geopolitico è destinato a peggiorare?
«Mi auguro naturalmente che non peggiori, la situazione è già critica. In Europa viviamo i contraccolpi di quel che accade a Gaza, in Ucraina e adesso in Iran, ma non siamo tra chi sta pagando il prezzo più alto. Questo dovremmo tenerlo presente, ci aiuterebbe a capire quanto sia importante il ruolo che dobbiamo assumere. Siamo una unione di Paesi democratici, in cui c’è un welfare che funziona, più o meno bene, è perfettibile, ma funziona: teniamocelo stretto e difendiamo ciò che, con fatica, sacrifici e sangue, abbiamo costruito».

Girarsi dall’altra parte è l’atteggiamento di molte persone. La coscienza civile potrebbe fare la differenza? Come risvegliarla?
«Aldo Masullo, filosofo napoletano che ci ha lasciati pochi anni fa, parlava di sofferenti e di insofferenti e, la sua comprensione verso l’altro da sé, verso chi non la pensava come lui, mi ha insegnato tanto. Chi si gira dall’altra parte non lo fa per cattiveria, ma probabilmente perché la misura è colma, non riescono a sopportare. Per questo credo che bisognerebbe lavorare all’acquisizione di una maggiore consapevolezza. La letteratura, per chiudere il cerchio, aiuterebbe tantissimo».

Chi sono oggi le voci della letteratura, del giornalismo, dell’impegno civile?
«Seguo Radio Radicale perché ha giornalisti che si occupano di molti temi sensibili. Continuo a seguire Sergio Scandura, inviato nel Mediterraneo. Senza di lui e senza Nello Scavo, di Almastri poco o nulla avremmo saputo. Senza Scandura poco o nulla sapremmo dei morti in mare. Seguo Roberto Spagnoli Cappato, Targia, Lorena D’Urso, Mariano Giustino, Gabriella Colarusso».

Qual è attualmente l’emergenza più urgente?
«A settembre del 1981, Marco Pannella intraprese uno sciopero della fame illimitato per sollecitare un intervento del governo italiano contro lo sterminio per fame. La fame è ancora l’emergenza più urgente dell’umanità».

Ha detto di sentirsi oppresso dalla solitudine, che vorrebbe un’altra vita. Le minacce, il pericolo, la vita sotto scorta, è come essere costantemente in guerra?
«È esattamente così che mi sento, in guerra perenne. Si chiude un fronte e se ne apre un altro. Sento che mi si chiede troppo».

Come definirebbe la sua vita oggi?
«Un disastro. La prossima domanda?».

Un desiderio?
«Credo conosca già la risposta. Qualcuno, dopo 20 anni, avrebbe già preso le misure, avrebbe trovato il modo di farsi andare bene anche la vita sotto scorta. Io no. Spero sempre che questo incubo possa finire. Possibilmente senza dover lasciare di nuovo l’Italia».

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26 luglio 2026 ( modifica il 26 luglio 2026 | 07:49)

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