I toni, il clima. E il ruolo essenziale di Mattarella
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I toni, il clima. E il ruolo essenziale di Mattarella

Sabato 25 luglio 2026
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Un garante in tempi difficili. Mancano 11 mesi alla fine del mandato di Mattarella. In mezzo ci sono le elezioni. La difficoltà di difendere la Carta

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I toni, il clima. E il ruolo essenziale di Mattarella

Carlo Verdelli | 25 luglio 2026

Un garante in tempi difficili. Mancano 11 mesi alla fine del mandato di Mattarella. In mezzo ci sono le elezioni. La difficoltà di difendere la Carta

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La nostra Costituzione ha tante qualità ma non è eterna. Le Tavole della Legge lo sono, iscritte nella pietra per restare al di là di ogni tempo. La Carta italiana non nasce da un dio ma da un’idea: disegnare la nuova architettura morale e civile di un Paese uscito malconcio da due guerre e frantumato da vent’anni di dittatura, per scongiurare il rischio che si ripetessero le prime e potesse tornare sotto qualsiasi forma la seconda

Da 80 anni, il custode di questa anima originaria è il presidente della Repubblica. Da più di 11, record di longevità di carica, il compito di guardiano e insieme di arbitro è ricoperto da Sergio Mattarella. 

Raggiunti proprio in questi giorni gli 85 anni, gliene mancano un po’ più di due per concludere il secondo e ultimo mandato. Scadrà ufficialmente a febbraio 2029; va però sottratto il semestre bianco, che lo priva della facoltà di sciogliere anticipatamente le Camere e che di fatto ne depotenzia la funzione. Se la campagna elettorale continua così come è cominciata, salvo ulteriori peggioramenti del tono e del clima, sarà per Mattarella il periodo più complesso e delicato di tutta la sua permanenza al Quirinale. Gli auguri non gli vanno fatti per il fresco compleanno, ma per la salita impervia e scivolosa che l’aspetta.

Forgiato alla scuola della politica democristiana, tre volte ministro (all’Istruzione, riformò la scuola elementare; alla Difesa, abolì la leva militare obbligatoria), padre di tre figli, vedovo, il fratello Piersanti ucciso dalla mafia, Mattarella è uomo di poche e misurate parole pronunciate quasi a bocca chiusa, mite nei gesti e nel sorriso ma inscalfibile nella fede istituzionale a difesa di quella Costituzione che mai come ora è sottoposta a pressioni crescenti per cambiarne pezzi, stabilire equilibri di potere diversi da quelli su cui è stata edificata, toglierla dall’aura di intoccabilità che ancora la circonda (e l’esito del referendum sulla Giustizia ne è una prova) e modificarne il Dna. È evidente che il governo in carica sta operando in questa direzione, come è altrettanto evidente che questo presidente della Repubblica è l’ostacolo principale sul percorso, comunque non facile, della mutazione genetica della Carta.

Al di là del garbo istituzionale, il problema per la maggioranza è fare i conti con un Capo dello Stato sfavorevole a tanto cambiamento, dall’introduzione del premierato in giù. La sfida per l’opposizione è difendere, forse con più energia, il primo cavaliere di questa Costituzione, con la consapevolezza di che cosa significherebbe ritrovarsi a breve un Presidente meno sensibile al mantenimento della grammatica della nostra democrazia, messa a punto da Luigi Einaudi, il predecessore più caro a Mattarella (come ricordato su questo giornale da Marzio Breda). Grammatica che sarebbe già stata almeno in parte riscritta se non ci fosse stato a preservarla, a pretenderne il rispetto, il fattore Mattarella.

Chi considera il suo rigore gentile una fortuna in tempi scompigliati, dove spuntano nuovi leader minacciosi e vecchi leader che inseguono i primi alimentando il caos, pensa con preoccupazione al dopo di lui. Viceversa, chi preme per voltare pagina, lasciando del libro giusto la copertina, vede in questo anziano e cocciuto democristiano uno scoglio da superare, lasciandoselo alle spalle. Eppure gestire l’uscita di Sergio Mattarella non è affare di poco conto per chiunque vincerà le prossime elezioni, specie se a spuntarla sarà la destra maggioritaria e securitaria che ha preso coraggio durante gli ultimi quattro anni di governo. L’uomo del Colle è piuttosto amato dagli italiani, che a sua volta ama con sentimenti mai esibiti di umana partecipazione. Lo si sente sulla pelle questo reciproco intendersi sulle cose che davvero contano. E certe sue frasi sono dure da cancellare, come quando si presenta, il 3 febbraio 2015, da Presidente ai suoi concittadini: «La Costituzione è la nostra bussola. Ho la responsabilità di rappresentare l’unità nazionale». E ancora: «L’impegno di tutti deve essere rivolto a superare le difficoltà della gente e a realizzare le loro speranze». È proprio quest’ultima parola, «speranza», il seme che Sergio Mattarella ha provato a spargere in tutti questi anni. Speranza mentre il mondo riscopre il furore della guerra. Speranza mentre le povertà avanzano e il futuro si fa complicato. Speranza, soprattutto, nel bene più prezioso per chi ha la fortuna di vivere in una democrazia: «La libertà non è un punto di arrivo acquisito una volta per tutte: va custodita ogni giorno». Nella sua funzione di sentinella, consapevole però dei diritti di chi ha preso più voti, ha firmato per sua stessa ammissione leggi che non condivideva. Quante altre lo aspettano da qui al termine di questa legislatura, con un governo che accelera con forza il passo in vista delle elezioni?

L’attende un finale di partita dove la figura che rappresenta rischia di diventare, se non un bersaglio, un fastidioso intralcio. Ma la libertà non si custodisce stando sopra un albero. E Mattarella lo sa meglio di chiunque. Metta l’elmetto, se proprio serve. Tanto abbiamo appreso, durante il Covid, che al Quirinale c’è un bravo barbiere che gli sistemerà l’accurata piega in un baleno.

25 luglio 2026

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