Ue-Kiev, il nodo dell’integrazione
Il processo di inserimento dell’Ucraina nell’Unione è ormai irreversibile, ma ancora senza regole. Serve un percorso
La sorprendente (e inquietante) ricostruzione dell'Iran: come ha fatto, e chi lo sta aiutando?
Ue-Kiev, il nodo dell’integrazione
Massimo Nava | 24 luglio 2026Il processo di inserimento dell’Ucraina nell’Unione è ormai irreversibile, ma ancora senza regole. Serve un percorso
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Gli appuntamenti internazionali di giugno e luglio (G7 a Evian, vertice Nato ad Ankara, conferenza dei «volenterosi» a Parigi) hanno segnato una forte accelerazione dei rapporti politici, economici e militari fra Europa e Ucraina. Al pacchetto di aiuti e di forniture di armamenti implementato da anni, si somma ormai una collaborazione organica, ad esempio la produzione di droni in territorio ucraino, un settore in cui gli ucraini hanno maturato altissime competenze che andranno a colmare il ritardo degli europei.
Di fatto, come ha solennemente affermato Ursula von der Leyen a Kiev, l’Ucraina è a pieno titolo il bastione difensivo dell’Europa di fronte alla minaccia russa e, al tempo stesso, l’Europa — anche per il disimpegno progressivo degli Usa — è il più risoluto partner strategico dell’Ucraina. Senza se e senza ma, a prescindere dalle diverse sensibilità dei governi europei e dei mal di pancia dell’elettorato, soprattutto all’estrema destra e all’estrema sinistra. Crescono infatti preoccupazioni e malcontento per decisioni che condizioneranno il futuro delle prossime generazioni.
Il processo appare irreversibile, rafforzato dalla volontà politica dei leader europei, dall’andamento della guerra che non appare vicina alla fine, dalle capacità raggiunte dalle forze armate ucraine ormai in grado di colpire pesantemente in territorio russo.
Su questo quadro sintetico pesano tuttavia incognite e interrogativi non di poco conto, per quanto sotto traccia nella narrazione mediatica. Il primo riguarda la cornice istituzionale della relazione Ue-Ucraina. Quali saranno i compiti, gli obblighi contrattuali, le conseguenze politiche di questo rapporto sempre più stretto, dato che l’Ucraina oggi è parte attiva della difesa militare europea senza far parte della Nato e, per ora, nemmeno del progetto organico di difesa a Ventisette? In altre parole, ci si può calare in scenari sempre più drammatici senza l’embrione di un trattato, soltanto a colpi di annunci solenni, prestiti e promesse di collaborazione?
In secondo luogo occorre chiedersi come armonizzare un processo di collaborazione dell’industria militare con la prospettiva di integrazione dell’Ucraina nella Ue. Allo stato attuale, si sta delineando un assetto ibrido e non definito, che vede il presidente Volodymyr Zelensky sempre presente ai vertici e agli appuntamenti europei, spesso inquadrato nelle foto di rito, ma avendo soltanto i titoli dell’invitato di riguardo e dell’amico da proteggere.
Sarebbe urgente anche riflettere su questo matrimonio fra volontà politica e fantasia istituzionale delle leadership europee che ha già generato colossali investimenti nell’industria degli armamenti, ma che è rimasto spesso sterile e paralizzato da veti incrociati di fronte a tante altre urgenze e bisogni dei cittadini europei.
Ma proprio perché il processo Europa-Ucraina sembra irreversibile, occorre anche porsi qualche domanda sulla situazione politica e sociale di questo «ventottesimo» partner in fieri. E proprio le ultime settimane sono state segnate da forti scossoni politici a Kiev e da episodi ancora oscuri come l’attentato nel principato di Monaco contro uno dei più noti oligarchi (Vadim Ermolaev, fuggito all’estero, con passaporto cipriota), probabilmente non estranei a rivalità fra vecchi e nuovi oligarchi e lotte di potere per il futuro del Paese, se e quando ci saranno il dopo Zelensky e la pace con la Russia. È una situazione complessa, che non aiuta a stroncare la corruzione endemica e che non è rassicurante per il processo di integrazione europea. Il grande business della ricostruzione fa gola a molti. Imprese, fondi, operatori di diversi settori, referenti politici sono già ai blocchi di partenza.
Zelensky ha licenziato, dopo meno di un anno dall’incarico, la prima ministra Yulia Svyrydenko. Poi è stata la volta del ministro della difesa, Mykhailo Fedorov, fatto che ha sollevato perplessità negli ambienti militari e forti proteste popolari. Dimissioni piuttosto inspiegabili, nel momento in cui Fedorov stava riorganizzando l’apparato e l’industria della difesa. È un allontanamento che ha ricordato, per l’emozione che ha suscitato in patria, la recente destituzione del comandante in capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, ora ambasciatore nel Regno Unito, e probabile sfidante di Zelensky quando ci saranno le elezioni presidenziali. Zaluzhny è molto popolare e avrebbe non pochi sponsor in patria e all’estero. Di sicuro è deciso a rientrare in gioco.
Fedorov è considerato un grande esperto di tecnologie. Aveva infatti ricoperto un incarico per la riforma digitale della macchina pubblica. Ma soprattutto aveva messo le sue competenze nello sviluppo dell’industria e dell’utilizzo dei droni e nella modernizzazione delle forze armate.
Milioni di ucraini sono profughi in Europa. Molti sperano di tornare, molti cercheranno fortuna altrove. L’integrazione nella Ue faciliterà la ricostruzione del Paese e il ritorno e la libera circolazione di tutti. Ma il processo, proprio perché appare irreversibile, non può essere una cambiale in bianco.
24 luglio 2026
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