Come le oche indiane
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Giovedì 23 luglio 2026
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Come le oche indiane

di Maria Angela Robustelli

Era un infuocato mercoledì di luglio in cui le temperature ormai fuori controllo andavano ben oltre la consueta ondata di caldo ma ci prospettavano, in modo lampante, l’inevitabile destino alla coque che attendeva il nostro pianeta, in un futuro non troppo lontano.
Ma neanche sufficientemente vicino da far ricredere, in un tempo di cottura utile, Ignazio La Russa sulla reale, grave questione del cambiamento climatico.
Mi accingevo ad attraversare tutta la città per andare a comprare un casco per il passeggero che fosse entrato nel vano apposito della sella del mio nuovo scooter, comprato di seconda mano, ché mi ricordasse il mio storico macinino vintage riassemblato, sottrattomi qualche mese prima da mani criminali alla canna del gas.
Mentre in sella al mio destriero azzurro mi apprestavo ad arrivare al negozio prima della pausa pranzo, cercavo di salvare la pelle, tra buche, sanpietrini sconnessi e asfalto vischioso incandescente del centro, quando fui assalita improvvisamente da un pensiero come un fulmine a ciel sereno. Mai metafora fu più appropriata alla mia alterazione cognitiva tipo miraggio nel deserto del Sahara, dovuta al colpo di calore. Realizzai che per una fatale coincidenza di fattori, tra cui scadenze e impegni di lavoro fagocitanti, non sarei andata in vacanza. 

Sebbene a primo acchito questo mi fece sentire come immobile in un universo in continuo movimento generativo di energia vitale, svago e aperitivi in riva al mare, all’altezza di via Salvator Rosa mi riconciliai con la recente scoperta di una mia natura cinica e esistenzialista, che mi affrancava da concetti tipo la villeggiatura come baluardo di una meta stagionale da raggiungere, in cui mi sarei sorpresa, scosciata, abbronzata e disponibile a credere all’incontro inaspettato, consapevole che quell’epoca in cui il tempo vacuo dell’estate ci accompagnava attraverso gli sconosciuti meandri spensierati della pubertà, fatti di gavettoni, nascondigli proibiti e di una noia sana, era finita da un pezzo.
In quel preciso momento in cui mi resi conto, a trenta all’ora, che ormai le pulsioni di quelli della mia generazione somigliavano sempre di più al tasso fisso di un mutuo agevolato, mi tornò in mente, come unico monito consolatorio, l’opinione che Fran Lebowitz, brillante saggista statunitense, icona culturale americana anti trumpiana tra le più argute e irriverenti della sua generazione, aveva espresso sul concetto di viaggio di vacanza, in quell’esilarante documentario dal titolo, Una vita a New York (2021), prodotto e diretto da Martin Scorsese, che sarebbe diventato poi anche un libro profetico, La vita è qualcosa da fare quando non si riesce a dormire .
Per Fran - che negli anni ‘70, prima di essere ingaggiata a poco più di vent’anni da Andy Warhol per scrivere sulla sua celebre rivista Interview , aveva fatto tantissimi lavori, tra cui la tassista e la lavavetri, e che oggi era costretta suo malgrado a viaggiare continuamente per lavoro per mantenersi il suo adorato appartamento a Manhattan - il concetto di turismo e di viaggio di piacere era qualcosa di incomprensibile a tal punto da farle pensare a quanto può essere orribile la vita di tutti i giorni per decidere deliberatamente di fare file con quintali di bagagli e stiparsi in un aereo .
Senza dubbio una parte di me si sentiva una fondamentalista del restare a casa al fresco, libera dal giogo del lavoro, delle email e dei grattacapi fiscali da risolvere, mentre l’altra, un po’ sepolta, faceva sentire il suo richiamo intrinseco a fare quel viaggio all’avventura attraverso l’Asia meridionale e le vette indiane più alte del cielo, che avrebbe provato a fare nuovamente spazio dentro di me al silenzio e a un ritrovato sentimento di fiducia e comunione col prossimo.
Mentre assistevo a questa scazzottata di pensieri nella mia testa, quasi non mi accorsi di aver superato per alcuni metri il negozio che nel frattempo aveva chiuso.
Non avrei avuto la forza né il tempo di ritornarci, così, provata e assetata, mi misi ad aspettare fuori sotto un sole cocente, la riapertura.
Passato qualche minuto, scorgo la figura del responsabile attraverso il vetro scuro della porta, che dopo un primo sguardo e diversi giri di mandate, mi lascia entrare.
Accolta al fresco e rifocillata da acqua e caffè che si era smezzato con me, la prima cosa che mi colpì di quel ragazzo fu una sorta di ospitalità antica, combinata a una serenità profonda e un sorriso sincero.
Fabio, classe ‘74, nato e cresciuto alla Sanità, single senza figli che avrebbe voluto, una passione smodata per le moto, per il suo lavoro che fa da quando aveva 15 anni e per le persone che lo hanno amato anche solo per un attimo, mi confessa con una sincerità disarmante. Un attaccamento d’altri tempi ai valori della famiglia che oggi manifesta nell’amore smodato per i suoi cinque nipoti, che dopo la perdita prematura di un fratello molto amato, gli hanno insegnato che la vita, con tutte le sue difficoltà, i sacrifici per pagare l’affitto e quella fetta di dolore che tocca a tutti, vale sempre la pena di essere vissuta, perché incredibilmente bella.
Uno sconosciuto che mi aveva offerto nella sua pausa dal lavoro, il suo tempo, la sua acqua e il suo caffè, e che dopo una breve, intensa chiacchierata, quel casco aveva deciso di regalarmelo, perché come non gli capitava da tempo era stato bene e aveva condiviso con qualcuno che non conosceva affatto, qualcosa che lo riguardasse profondamente.
In sintesi, tutto quello che ognuno di noi si aspetterebbe da un viaggio indimenticabile.
Fu per questo credo che tornando a casa, salendo di quota dal centro della città verso la zona collinare e percependo man mano il cambio del microclima sulla pelle, pensai alle oche indiane.
Per la cultura asiatica e il buddismo tibetano, questi straordinari uccelli migratori rappresentano l’emblema del viaggio come incontro di mondi, scoperta interiore di una parte di sé ancora sopita e del superamento dei limiti. La loro, che in primavera lasciano le pianure calde dell’India, svestendo i panni di placidi pennuti da cortile per volare verso nord, scavalcando l’Himalaya, è una delle migrazioni più estreme e affascinanti del regno animale.
Pensai a quella loro forza interiore inaspettata, finché non si trova davanti la montagna più alta del mondo.

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