Roberto Esposito: «Il mondo, un caos»
Corriere della Sera - Cultura

Roberto Esposito: «Il mondo, un caos»

Mercoledì 22 luglio 2026
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A colloquio con il filosofo nominato presidente della Giunta scientifica dell'Istituto italiano per gli Studi Storici: «Croce? È straordinariamente vivo»

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Roberto Esposito: «Il mondo, un caos»

di Giancristiano Desiderio

A colloquio con il filosofo nominato presidente della Giunta scientifica dell'Istituto italiano per gli Studi Storici: «Croce? È straordinariamente vivo»

Roberto Esposito non ha davvero bisogno di presentazioni. Alle brevi: è uno dei maggiori filosofi italiani e le sue opere sono tradotte regolarmente all’estero. 
Il suo ultimo libro, scritto con Massimo Cacciari, è Kaos, edito da Il Mulino. Mentre con il suo precedente testo, Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica, pubblicato dal suo abituale editore Einaudi, ha vinto il Premio nazionale di cultura Benedetto Croce che gli sarà conferito sabato prossimo, 25 luglio, a Pescasseroli. E le novità non sono finite. Perché Roberto Esposito è stato appena nominato presidente della giunta scientifica dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici fondato proprio da Croce nel 1946 in un’ala della sua casa a Palazzo Filomarino. Gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Partiamo dal libro che sarà premiato a Pescasseroli: cosa significa dare un’interpretazione filosofica del fascismo?
«Il fascismo è innanzitutto un evento storico e, dunque, è giusto che ad occuparsene siano in primo luogo gli storici, che hanno dato un contributo importante alla sua definizione. Tuttavia, la mia impressione è che non sia stato detto tutto, che rimanga aperto uno spazio per un’interpretazione diversa, più attenta ai caratteri essenziali del fascismo che alla sua fenomenologia storica. Quando ci si avvicina troppo ad un oggetto, c’è il rischio che la congerie di particolari veli il profilo dell’insieme. Forse l’analisi filosofica può contribuire a riportarlo all’attenzione». 

I due maggiori filosofi italiani del Novecento, Gentile e Croce, furono fascista il primo e antifascista il secondo. Quanto influirono le loro «filosofie» sulle loro scelte politiche?
«Nel caso di Croce la sua resistenza al fascismo deve molto alla sua filosofia, come non poteva non essere visto la netta intonazione etico-politica di questa. Una filosofia della libertà, come quella crociana, è intrinsecamente legata al suo antifascismo. Per Gentile la questione è più complessa, tanto che i pareri in merito sono diversi. La mia impressione è che fu più il pensiero di Gentile a influenzare il fascismo che viceversa. Ma non c’è dubbio che esista una relazione tra l’identificazione gentiliana tra filosofia e politica e il primato fascista della prassi – un cortocircuito logico-storico da cui Croce si tenne, opportunamente, lontano». 

Lei è stato appena nominato della giunta scientifica dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici in un momento particolarmente fortunato dell’opera di Croce. È praticamente il filosofo più venduto e i suoi temi, primo fra tutti la difesa della libertà, sono particolarmente vivi. Non crede?
«Intanto sono onorato di questa nomina per l’autorevolezza della fondazione crociana dell’Istituto e il prestigio della sua storia. Che sia un momento fortunato per l’opera di Croce è senz’altro vero. Non tanto perché Croce sia “venduto” molto – cosa che può capitare a tanti autori. Quanto perché i suoi temi sono attualissimi. Come ha messo in luce la critica più avveduta, tutt’altro che chiuso in una dimensione olimpica, Croce ha vissuto drammaticamente un tempo drammatico. Oltre che della storia, Croce è anche un filosofo della crisi, dell’Italia e dell’Europa. Proprio per questo il suo pensiero oggi è straordinariamente vivo». 

Lei ha prestato attenzione alla filosofia italiana e ha messo in luce la sua particolarità rispetto ad altre culture filosofiche: la vita, la storia, la politica danno al pensiero italiano un carattere civile non riducibile né all’università né all’ideologia. È una ricchezza.
«Naturalmente la specificità della filosofia italiana non va intesa come distanza dai grandi problemi della filosofia, che, in quanto tali, sono universali. Ma è vero che, rispetto al timbro metafisico della filosofia classica tedesca, al taglio analitico della filosofia anglosassone e alla propensione introspettiva della filosofia francese, il pensiero italiano resta sempre in rapporto con la realtà concreta dell’esistenza. È una filosofia della vita politica e civile».

L’ultima domanda (per ora): il mondo di oggi è «caotico» ossia genera nuovi mondi. Come vede la nostra turbolenta contemporaneità?
«Effettivamente siamo immersi nel caos – non un semplice disordine, che presuppone sempre l’ordine, ma qualcosa di più intenso che ci lascia privi di tutti i riferimenti tradizionali. Più che di semplice “crisi”, si dovrebbe parlare di “catastrofe” del senso. Ma non c’è pessimismo in questa espressione. A differenza della crisi, che è sempre superabile all’interno dell’antico sistema, la catastrofe, anche sul piano etimologico, rimanda a un radicale mutamento di stato. Apre dunque, insieme al rischio dell’apocalisse, la possibilità di un nuovo nomos. Un tema che certamente l’Istituto affronterà nel prossimo anno».

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