L’’intelligenza artificiale ci libererà dagli schermi?
Grazie all’intelligenza artificiale potremo passare meno tempo con gli occhi incollati a uno schermo
L’’intelligenza artificiale ci libererà dagli schermi?
Federico Cella | 21 luglio 2026Grazie all’intelligenza artificiale potremo passare meno tempo con gli occhi incollati a uno schermo
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Cominciate a guardare in modo differente il vostro telefono: presto potrete dire addio al compagno fin troppo fedele degli ultimi vent’anni. O almeno, questa è parte della retorica che sta montando nella comunicazione delle Big Tech: grazie all’intelligenza artificiale, potremo passare meno tempo con gli occhi incollati a uno schermo. In media, nel mondo, ci si passano 6 ore e 40 minuti al giorno: che sia smartphone, monitor o tv, equivalgono al 44% del nostro tempo di veglia. In Italia va leggermente meglio: «solo» 6 ore, anche in leggera discesa. Si chiama screen time ed è un tema caldo da diversi anni, anche se spesso ce lo raccontiamo come un problema solo per adolescenti. Da 50 anni, lo schermo è poi anche l’unico modo che conosciamo per consultare un computer.
Ora con ChatGpt, Gemini, Claude (e le nuove Alexa e Siri) che ci ascoltano/parlano, il tema input/output viaggia verso nuove modalità. Le AirPods in arrivo nel 2027, si dice, avranno a bordo telecamere, non per scattare foto ma per fungere da «vista» per Siri che così potrà interagire con noi — in audio — sapendo il contesto in cui ci troviamo. In attesa di un indossabile prodotto da Jony Ive — il designer di iPhone —, il primo hardware di massa di OpenAi, l’azienda di ChatGpt, sarà una cassa intelligente senza schermo. Così come lo sono i Meta Glasses di Zuckerberg: le informazioni affiorano dal dialogo con l’intelligenza artificiale, che vive nel telefono ma agisce direttamente dall’occhiale. Siamo dunque alla vigilia dell’affrancamento dagli schermi? Un dubbio mette in discussione questo filo narrativo: molte aziende tech basano i loro profitti — basta nominare Apple — su prodotti dotati di schermo. Appare dunque più credibile un altro esito, distopico in epoca di distopie: l’interazione «naturale» con i dispositivi non andrà a sostituirsi allo screen time — forse lo limerà un po’, questo sì —, ma lo affiancherà. E ci ritroveremo immersi, ancora di più, in una contaminazione costante tra reale e digitale.
21 luglio 2026
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