Un patto (subito)
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Un patto (subito)

Martedì 21 luglio 2026
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I casi Roggero e Fakir: il dovere costituzionale di difendere le istituzioni

Meloni prende le distanze dal video AI di Vannacci: «Non è il mio modo di fare politica» e poi attacca la sinistra

Un patto (subito)

Antonio Polito | 21 luglio 2026

I casi Roggero e Fakir: il dovere costituzionale di difendere le istituzioni

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Ci sono cose che Elon Musk non sa. Per esempio, che in Italia le sentenze sono emesse «in nome del popolo». Sostenere dunque, come lui ha fatto, che ad andare in galera avrebbero dovuto essere i giudici e i pm dei processi Roggero equivale a prendersela con il popolo italiano. Tanto più che nei vari gradi di giudizio, trattandosi di un reato gravissimo come il duplice omicidio, a pronunciarsi sono state giurie popolari. Il gioielliere torinese è stato quindi giudicato dai suoi pari, dodici cittadini in tutto, scelti per sorteggio.

Quella frase, «la giustizia è amministrata in nome del popolo», non è scritta per caso nella nostra Costituzione. In un primo progetto si diceva che le sentenze erano rese «in nome della Repubblica», qualcuno propose «in nome dello Stato» o «in nome della legge», perfino «in nome del presidente della Repubblica». Invece i costituenti decisero di stabilire un nesso tra l’indipendenza della magistratura e la sovranità del popolo. Il potere giudiziario non è altro che una delle forme, o se si vuole dei mezzi, attraverso i quali la sovranità popolare viene esercitata. Questo punto stava molto a cuore alla sinistra. Il Pci, addirittura, si batté perché i giudici fossero elettivi, e non di carriera.

Questo per dire che tutti gli esponenti del centrodestra i quali hanno bollato come ingiusta o sproporzionata la sentenza, hanno paradossalmente contestato quella sovranità popolare che tanto venerano. Giorgia Meloni, ahinoi, compresa. E dico «ahinoi» perché è la presidente del Consiglio, vertice dell’organo costituzionale Governo, dunque pilastro della «leale collaborazione tra i poteri dello Stato».

Traspare peraltro, in questa polemica contro la sentenza Roggero, anche un preoccupante indebolirsi del valore sacro della vita umana. In molti hanno fatto paragoni tra le pene inferiori comminate per altri reati, pure particolarmente odiosi, e quella inflitta per un duplice omicidio. Ma la vita è il supremo bene umano (e cristiano) che la Repubblica è chiamata a proteggere. O in questa orgia securitaria vogliamo alleviare le pene per l’omicidio, diventare più comprensivi verso l’uso delle armi da fuoco, incentivare una forma di giustizia fai-da-te, giustificata con una presunta debolezza dello Stato proprio da parte di chi, pro tempore, ne è oggi alla guida?

La coerenza con la Costituzione repubblicana (appena ieri abbiamo celebrato solennemente e concordemente l’80º anniversario dell’inizio dei lavori dell’Assemblea che la scrisse) dovrebbe fungere da stella polare anche per le forze della sinistra. Colpisce infatti che, mentre invocavano lo «stato di diritto» per difendere la legittimità della sentenza contro il gioielliere di Grinzane Cavour, e l’improprietà di evocare una grazia presidenziale per ribaltarla, molti esponenti dell’opposizione condannavano a priori, sulla base di un video amatoriale, il comportamento di due agenti di polizia e di quattro operatori sanitari. Per i quali, evidentemente, lo stato di diritto non vale allo stesso modo. Trovo d’altronde difficile capire come un sindaco della città che fu di Zangheri possa precipitarsi a convocare una manifestazione di protesta che altro non poteva diventare se non un atto d’accusa nei confronti delle forze dell’ordine, dando così copertura involontaria ma implicita a nuove violenze di piazza.

L’impressione che si ricava dagli ultimi giorni delle cronache italiane è insomma che stiamo scivolando verso un periodo estremamente pericoloso e torbido in cui la violenza viene nuovamente ammessa nel dibattito pubblico, se non altro per darle giustificazioni. E chi semina vento, raccoglierà tempesta: su questo non ci sono dubbi.Lo diciamo a entrambi gli schieramenti, e non per «cerchiobottismo»: ma per il dovere comune di tenere al riparo quei principi liberali che sono condizioni essenziali per garantire la convivenza civile.

Dobbiamo preoccuparci soprattutto di non disorientare i difensori della legalità e dell’ordine pubblico. Sballottati come sono oggi tra accuse di «lassismo» e «buonismo» da un lato, e condanne preventive di «autoritarismo» dall’altro. Ho ascoltato in una trasmissione radiofonica accostare nello stesso dibattito la triste sorte di Abderrahim Fakir e la morte di Giulio Regeni, perché entrambi deceduti mentre erano nelle mani di forze dell’ordine. Stiamo scherzando? Un parallelo tra le torture inflitte nelle prigioni della polizia segreta egiziana e l’intervento per bloccare un uomo in evidente stato di alterazione psichica a Bologna?

Le forze politiche democratiche (ormai ce ne sono anche di non democratiche nell’arena dei social) dovrebbero perciò sottoscrivere in quest’anno elettorale una sorta di patto costituzionale contro la violenza. Impegnarsi a non usarla neanche verbalmente. A non giustificarla o sostenerla da qualunque parte provenga. A riconoscere il monopolio dell’uso legittimo della forza da parte dello Stato e della giurisdizione da parte del potere giudiziario. Contrastare l’avversario, sì, ma senza mai perdere di vista il bene comune dell’ordine pubblico, che è anche ordine democratico. Per esempio: si può trovare certamente pericoloso, oltre che goffo, il Salvini che tenta di trasformare il gioielliere piemontese in un Silvio Pellico dei nostri giorni, ma è difficile contestarlo quando sostiene il valore deterrente dei militari davanti alle stazioni ferroviarie.

Nella stessa trasmissione radiofonica di cui sopra, una filosofa spiegava perché l’azione delle forze dell’ordine può venire solo «dopo», non «prima»: «Se vedo una camionetta della polizia davanti a un parco io mi sento più insicura, non meno, perché immagino che allora ci sia un pericolo». Io, invece, da quando vedo gli agenti (finalmente) sostare con il lampeggiante acceso nel piazzale di fronte al Colosseo dove una gang di «maranza» ha appena assalito i vigili urbani, mi sento più sicuro. E credo di non essere il solo.

21 luglio 2026 ( modifica il 21 luglio 2026 | 20:24)

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