L’Ulisse di Nolan, una frase rivela l’eroe «vichiano»
Corriere della Sera - Cultura

L’Ulisse di Nolan, una frase rivela l’eroe «vichiano»

Martedì 21 luglio 2026
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Risponde a Penelope ma in realtà si rivolge a noi. Una «Odissea» che appare sorprendentemente contemporanea

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L’Ulisse di Nolan, una frase rivela l’eroe «vichiano»

di Marco Demarco

Risponde a Penelope ma in realtà si rivolge a noi. Una «Odissea» che appare sorprendentemente contemporanea

La bella Elena «dalle bianche braccia» ha la pelle scura. È certo una deviazione woke , come lamenta Valerio Caprara, senza però farne un dramma, dal momento che anche per lui in Odissea di Christopher Nolan c’è di più e di meglio. Per la stessa ragione non credo si possa liquidare il film con la formula pilatesca usata da Francesco Piccolo: «una cazzata», ma anche «bellissimo». Le due definizioni si escludono a vicenda. E io scelgo la seconda per una ragione ben precisa, del tutto soggettiva e forse anche arbitraria sul piano interpretativo. Molto si regge, infatti, su un particolare, su un frammento di sceneggiatura, a cui nessuno finora ha dato molta importanza.

Ma un primo merito sta nell’aver riportato in auge il poema omerico. Saranno certo i tempi, saranno le guerre in corso, saranno i confini violati e il diritto internazionale calpestato come nell’Odissea viene continuamente calpestata la legge di Zeus, quella sacra dell’ospitalità, che impone di accogliere lo straniero prima ancora di chiedergli chi sia. Il che rende forse non casuale l’assenza, nel film, di Nausicaa, tra tutte le donne omeriche la più ospitale. Eppure, la sorprendente contemporaneità del film non si rivela tanto nel riproporre immagini e racconti di battaglie cruenti, corpi scempiati, mari in tempesta, macerie e mostri che incombono: anche noi ne abbiamo, eccome. Quanto in una frase, appunto. Una frase che ha a che fare con il tempo, con quello in cui siamo immersi, ma anche con quello che ci precede e che verrà. Su questo punto Piccolo ha invece pienamente ragione: il rapporto con il tempo è, come lui ricorda, una costante tra le ossessioni creative di Nolan. E non solo sue: si pensi al conterraneo Ian McEwan e al suo ultimo romanzo, «Quello che possiamo sapere », per molti versi affine già a partire dal titolo.

Nel film, la frase rivelatrice arriva sul finire della vicenda, inaspettata come un fuor d’opera e disorientante come il più evidente degli anacronismi. «Di questa nostra storia rimarranno solo i canti, per ricordare quelli che un tempo sapevano scrivere», dice, sulle alte mura di Itaca, un pensoso e sfinito Ulisse. Il momento è di poco successivo alla strage dei Proci: un’ulteriore violazione della legge di Zeus, vissuta come tale anche da chi l’ha compiuta, pur ritenendola un atto necessario. La battuta, inoltre, è una risposta a Penelope, ed è pronunciata all’interno del racconto, appartiene al tempo e allo spazio del film. Ma sembra venirne fuori. Per arrivare direttamente a chi è in sala davanti al grande schermo. E non potrebbe essere altrimenti, a mio avviso, dal momento che l’Ulisse di Omero vive in un mondo in cui la scrittura deve ancora imporsi come forma dominante della trasmissione del sapere. 

Tant’è che, secoli dopo, Platone la guarderà ancora con sospetto, accusandola di indebolire la memoria e, attraverso la voce e il canto, la cultura condivisa. L’Ulisse di Nolan, invece, parla a noi, e tutto si rivela. Nella versione inglese il senso è leggermente diverso, ma la sostanza non cambia. E l’impressione è questa. Siamo stati noi, e non Penelope, a chiedergli - inquieti come lui per lo stato del mondo - cosa rimarrà della nostra civiltà, che alla scrittura ha affidato tutto e che oggi affida sempre più la propria memoria alle macchine e all’intelligenza artificiale. Se l’ipotesi è giusta, la risposta non solo è attuale. Ha anche un’eco vagamente vichiana. 

Rimanda all’idea di un sapere irriducibile a un’unica dimensione; che nasce dal canto (dalla poesia) prima ancora che dalla razionalità astratta. Come per Vico, il mito non è l’opposto della ragione: ne è l’origine. Il futuro non cancella il passato, ma lo incorpora. Per attraversare il tempo che viene serve allora un pensiero insieme nuovo e antichissimo come fu, al suo tempo, quello del filosofo napoletano. Una Scienza nuova - una nuova filosofia del digitale? - capace di ricomporre ciò che oggi tendiamo a dividere: il mito e la storia, la fede e la ragione, la memoria biologica e quella artificiale. Ed è qui, in questo auspicio non necessariamente apocalittico, che, al netto di tante scene discutibili, il cerchio si chiude e il capolavoro di Nolan si compie.

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