Non bastano le regole: ecco perché l'Europa ha bisogno di infrastrutture digitali
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Non bastano le regole: ecco perché l'Europa ha bisogno di infrastrutture digitali

Martedì 21 luglio 2026
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Nell'epoca dell'intelligenza artificiale, anche la costruzione delle infrastrutture costituisce una condizione della libertà

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Non bastano le regole: ecco perché l'Europa ha bisogno di infrastrutture digitali

Oreste Pollicino | 21 luglio 2026

Nell'epoca dell'intelligenza artificiale, anche la costruzione delle infrastrutture costituisce una condizione della libertà

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Per oltre un decennio l'Europa ha esercitato la propria influenza nel mondo digitale attraverso il diritto. Mentre gli Stati Uniti producevano le grandi piattaforme tecnologiche e la Cina consolidava un modello fondato su un forte intervento pubblico, l'Unione europea ha scelto una strada diversa: quella della regolazione. Il GDPR, il Digital Services Act, il Digital Markets Act e, da ultimo, l'AI Act non sono soltanto atti legislativi. Sono l'espressione di un'idea di Europa. L'idea che il mercato digitale non possa essere uno spazio sottratto ai principi dello Stato di diritto e che innovazione, concorrenza e tutela dei diritti fondamentali debbano crescere insieme.

Questa stagione non si è esaurita. Né sarebbe sensato considerarla un errore. Al contrario, proprio la capacità europea di trasformare il proprio mercato interno in un laboratorio di regole globali costituisce una delle manifestazioni più originali della sua forza politica. Il cosiddetto Brussels Effect ha dimostrato che, anche in assenza dei grandi campioni tecnologici americani o cinesi, l'Europa poteva incidere sugli equilibri globali fissando gli standard ai quali gli operatori internazionali erano poi chiamati ad adeguarsi.
Eppure, oggi, questo non basta più. La proposta presentata dalla Commissione europea il 3 giugno, al centro del nuovo European Technological Sovereignty Package, merita attenzione proprio perché non mette in discussione quella stagione, ma ne riconosce i limiti. Il punto non è ridurre l'importanza delle regole. È prendere atto che, nell'era dell'intelligenza artificiale, le regole rischiano di perdere efficacia se l'Europa continua a dipendere quasi integralmente da infrastrutture tecnologiche progettate, controllate o gestite altrove.

È questa, prima ancora dei singoli contenuti del Cloud and AI Development Act, la vera novità politica della proposta. Per molti anni abbiamo pensato che il problema costituzionale posto dalle piattaforme digitali fosse soprattutto quello di limitarne il potere. Da qui la costruzione di un articolato sistema di garanzie: tutela dei dati personali, trasparenza algoritmica, contendibilità dei mercati, responsabilità delle piattaforme. Tutto questo resta essenziale. Ma l'intelligenza artificiale impone una domanda ulteriore: può davvero esistere una libertà digitale europea se le infrastrutture sulle quali quella libertà si esercita dipendono quasi esclusivamente da decisioni assunte fuori dall'Unione?

Non è una domanda economica. È una domanda costituzionale. La libertà, nell'ecosistema digitale, non dipende soltanto dalle norme che la proteggono. Dipende anche dalle condizioni materiali che ne rendono possibile l'esercizio. Se la capacità computazionale, i servizi cloud, i grandi data center e una parte crescente delle tecnologie strategiche restano concentrati nelle mani di pochissimi operatori globali, il rischio non riguarda soltanto la competitività europea. Riguarda la capacità stessa dell'ordinamento europeo di rendere effettivi i propri principi.

È in questa prospettiva che va letto il nuovo pacchetto della Commissione. Per la prima volta Bruxelles non si limita a disciplinare il mercato, ma prova a interrogarsi sulle condizioni che consentono al mercato europeo di esistere e di svilupparsi. Le misure dedicate alle infrastrutture cloud e all'intelligenza artificiale, il rafforzamento della capacità computazionale europea, l'accelerazione delle procedure autorizzative per i data center, il sostegno agli investimenti, la definizione di un quadro comune per valutare il grado di affidabilità dei servizi cloud e una politica industriale più coordinata rispondono tutte alla medesima logica: ridurre vulnerabilità che non sono più soltanto economiche, ma strategiche.

Naturalmente sarebbe un errore leggere questa svolta come una conversione al protezionismo. La forza dell'Unione europea è sempre consistita nella capacità di coniugare apertura dei mercati e tutela dei diritti fondamentali. L'autonomia strategica evocata dalla Commissione non dovrebbe trasformarsi nella ricerca di un'autosufficienza impossibile né nella chiusura verso i partner internazionali. Lo stesso impianto della proposta insiste, significativamente, sul mantenimento di un mercato aperto, pur prevedendo garanzie rafforzate nei settori maggiormente sensibili.
La vera sfida è un'altra. Per anni il dibattito europeo ha contrapposto competitività e regolazione, come se l'una potesse crescere soltanto a discapito dell'altra. La proposta del 3 giugno prova, invece, a costruire una sintesi diversa. Competitività, sicurezza e diritti fondamentali non vengono più presentati come obiettivi concorrenti, ma come elementi di un'unica strategia. È un passaggio culturalmente rilevante. Perché riconosce che non vi può essere una reale tutela dei diritti se l'Europa non dispone anche delle capacità tecnologiche necessarie a sostenerli.

Il punto, allora, non è scegliere tra regole e politica industriale. È comprendere che una politica industriale europea può diventare essa stessa uno strumento di garanzia costituzionale. Non perché sostituisca il diritto, ma perché ne rende possibile l'effettività.
Per oltre vent'anni l'Europa ha dimostrato che il diritto può orientare lo sviluppo tecnologico. Oggi la Commissione sembra suggerire qualcosa di ancora più impegnativo: che, nell'epoca dell'intelligenza artificiale, anche la costruzione delle infrastrutture costituisce una condizione della libertà. Se questa intuizione sarà tradotta in politiche coerenti e investimenti adeguati lo diranno i prossimi anni. Ma il significato politico della proposta è già chiaro. L'Europa non sta rinunciando al proprio modello costituzionale. Sta cercando, forse per la prima volta, di dotarlo delle condizioni materiali necessarie perché continui a essere credibile nel XXI secolo.

21 luglio 2026

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