Il calcio ora deve scegliere
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Il calcio ora deve scegliere

Lunedì 20 luglio 2026
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Archiviato il Mondiale, resta un nodo: il futuro passa dai giocatori, non dai soldi

Trump con Infantino alla finale. Stringe la mano a Sanchez e poi premia gli spagnoli

Il calcio ora deve scegliere

Aldo Cazzullo | 20 luglio 2026

Archiviato il Mondiale, resta un nodo: il futuro passa dai giocatori, non dai soldi

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È stato un bel Mondiale; ma non certo grazie a Trump, tanto meno a Infantino. È stato un bel Mondiale grazie al centrocampo magico della Spagna, all’ultima splendida stagione di Messi, ai gol di Mbappé, alla classe di Bellingham, alla forza di Haaland. Grazie agli atleti, non agli uomini di potere. Grazie allo sport, non al business.
Com’era facile prevedere, alla fine il contesto cede lo spazio al pallone. È sempre così. Il 99 per cento del pubblico non è qui; è davanti alla tv. Non gli importa molto se i biglietti sono cari o meno, se il presidente Fifa viaggia per l’emisfero boreale sul jet privato, se Trump si imbuca nella foto dei vincitori, con il capitano Rodri che gli fa segno: prego presidente, ci lasci soli. Quel che conta sono i gol, proprio come alle Olimpiadi contano i record. Gli uomini. Le storie. E di storie questo Mondiale americano è stato generoso.

La favola di Capo Verde, che costringe i campioni del mondo ai supplementari grazie al portiere dentista Vozinha. La vogata vichinga, che ha reso empatico il Paese più freddo del mondo. Il sorriso del fratellino di Lamine Yamal. Le rimonte dell’Argentina, con il capolavoro contro l’Inghilterra. Il passo d’addio di Cristiano Ronaldo, Neymar, Manuel Neuer, Luka Modric. E ovviamente le lacrime del più grande di tutti, Leo Messi.
Però non siamo qui per raccontare che va tutto bene. Il calcio è fatto anche di soldi; non può essere soltanto soldi.

I bilanci devono essere sani; ma non è possibile ridurre tutto al denaro. La logica commerciale ha permeato ogni cosa. I prezzi folli dei biglietti, che richiamano i ricchi ma allontanano gli appassionati. L’assurdità dei break pubblicitari vaticinati da Maradona («spezzeranno la partita in quattro per vendere più spot...»). L’ingerenza della politica, con il centravanti Usa riammesso direttamente da Trump. L’invadenza di una spettacolarizzazione, con le musiche a tutto volume e l’animazione fino a un secondo prima del fischio d’inizio e pure nell’intervallo, che mal si concilia con i silenzi, le tensioni, insomma i riti del calcio.

L’America di Trump aveva di fronte una prova difficile. La sicurezza ha retto. La macchina organizzativa, pur con qualche disagio, ha funzionato. L’approccio no. Di solito i Paesi che ospitano le grandi manifestazioni sportive accolgono gli stranieri con il sorriso di chi vuole fare bella figura e lasciare un buon ricordo. L’America di Trump non ha rinunciato alla sua cifra: l’arroganza, l’aggressività. Non è un giudizio sul popolo americano, che non cambia facilmente a ogni presidenza, e resta dinamico, irrequieto, ottimista. Ma che senso ha negare l’ingresso nel Paese a un arbitro designato dalla Fifa? Centellinare i visti agli ospiti, come il tifoso simbolo del Congo, che evoca l’eroe nazionale Lumumba? Ispezionare in modo mirato i fan egiziani, oltretutto maltrattati dall’arbitro? Costringere la squadra iraniana a un tour de force per farla restare il meno possibile sul suolo Usa? Ridurre Messico e Canada a comparse, con Trump che dice «la prossima volta facciamo da soli»?

Gli stadi erano pieni, d’accordo. Ma il calcio non è, e forse non sarà mai, uno sport americano. Qualche piccola annotazione personale. Mi fermo in uno sport bar per Norvegia-Inghilterra. Ci sono dieci megaschermi, si possono seguire il baseball, il football, il basket, il golf, ma neppure uno è sintonizzato sulla partita. Chiedo di poterla vedere. Mi rispondono che non siamo in Norvegia, né in Inghilterra. Eppure giocava Haaland, che ha conquistato gli americani proprio perché abbatte gli avversari come un giocatore di football. Mi accontentano rintracciando uno streaming spagnolo. Arrivo a New York e per strada incontro casualmente McKennie. Si fermano altri italiani, selfie, chiacchiere. Passano cento newyorkesi, e non uno che riconosca il titolare della loro Nazionale. Ovviamente sono dettagli. Ma, fidatevi, se qualcuno vi racconta che questo Mondiale ha segnato il decollo del calcio negli Stati Uniti, fa un ragionamento nel salotto di casa.

Ora il calcio è a un bivio. Continuare con il gigantismo, comprimendo nella prossima edizione sei Paesi e tre continenti: si giocherà tra Marocco, Portogallo e Spagna, ma il Paraguay, l’Uruguay e l’Argentina faranno il girone in casa, ospitando qualche vittima sacrificale; una scusa buona per tornare nel 2034 in Asia, tra gli sceicchi cari a Infantino. L’alternativa è ritrovare una dimensione umana, che non punti soltanto al fatturato — si parla di dieci miliardi di dollari, il doppio della chiacchierata edizione qatarina — ma parli davvero a tutti i popoli, per cui il calcio rappresenta l’infanzia del mondo.

Retorica? Sempre meno di quella arida dei dollari, della mercificazione, della «più grande manifestazione nella storia dell’umanità», com’è stata definita con sprezzo del ridicolo.
Sotto il profilo sportivo, il bilancio è ineccepibile. La grande storia resta quella dell’Argentina di Messi; ma la Coppa è andata alla squadra più forte. La Spagna di oggi non vale quella campione nel 2010 in Sudafrica, con Puyol e Sergio Ramos in difesa, Busquets, Xavi e Iniesta a centrocampo, David Villa davanti. Ma ha vinto nonostante non abbiano brillato le stelle dell’ultimo Europeo, Lamine Yamal e Nico Williams, perché il ct ha sempre anteposto il bene del collettivo a quello dei singoli. Il contrario della Francia di Mbappé, che è il nuovo capocannoniere mondiale di ogni tempo, ma ancora una volta non è stato decisivo.

La lezione spagnola vale innanzitutto per noi italiani. Raggiungere la qualificazione alla prossima Coppa del Mondo deve diventare la priorità del nostro sport, costruendo una squadra vera. Ha ragione Fabio Cannavaro, quando sostiene che nel 2006 si perse una grande occasione. Vent’anni fa eravamo campioni del mondo, e nonostante Calciopoli la serie A era ancora la lega più importante d’Europa. Da allora nessun calciatore ha più vinto il Pallone d’Oro giocando in Italia. Siamo usciti da due Mondiali ai gironi e ne abbiamo mancati tre. È l’ora della ricostruzione. Le cose da fare le conosciamo: in prospettiva, puntare sui vivai, sulla tecnica, sui nuovi italiani. Fin da ora, restituire alla maglia azzurra l’importanza e il prestigio che ha sempre avuto. Malagò ha fatto bene al Coni. Maldini ha dimostrato al Milan di avere anche da dirigente il talento che aveva sul campo (lui e Buffon sono gli unici italiani che Messi ha inserito nella formazione all time). Ora serve un ct sperimentato, credibile, vincente. Altrimenti la prospettiva è rassegnarci a un declino del calcio parallelo a quello del Paese.

20 luglio 2026

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