Torino 30 luglio 1900, il marito alla moglie in vacanza: «Hanno ucciso il povero re Umberto!». Vita privata e storia in un'estate bollente di 126 anni fa
L’ingegnere torinese Giuseppe Barale scrive alla moglie in villeggiatura a Boves. Nelle sue parole si ritrova l’atmosfera che si respirava in quei giorni in una città in transizione: «Povero re, era così buono»
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Torino 30 luglio 1900, il marito alla moglie in vacanza: «Hanno ucciso il povero re Umberto!». Vita privata e storia in un'estate bollente di 126 anni fa
di Carla Piro ManderL’ingegnere torinese Giuseppe Barale scrive alla moglie in villeggiatura a Boves. Nelle sue parole si ritrova l’atmosfera che si respirava in quei giorni in una città in transizione: «Povero re, era così buono»
«Torino, 30 luglio 1900. Mi rincresce tanto che oggi non riceverai nessuna mia lettera ma credi pure che non è proprio colpa mia. Ieri mattina, domenica, appena alzato, mi recai a fare il trapianto di crisantemi e, sì, era proprio tempo perché avevano tante di quelle radici che venivano perfino fuori dal vaso. Ho fatto una di quelle sudate che non mi ricordo più l’uguale, se non al tempo che ero soldato, le gocce mi venivano giù come pioggia e non avevo tempo di asciugarmi che già ne venivano altre. Il sole era così ardente come mi pareva di non averlo mai sentito, e sul nostro balcone si bruciava addirittura».
Una città in transizione
È l’inizio del secolo. Torino è una città sospesa tra il ricordo della sua antica grandezza e l’inizio di una nuova era industriale. Portici, piazze, palazzi conservano ancora l’aspetto maestoso della capitale del Regno d’Italia (titolo perso 35 anni prima) ma nelle strade si respira un cambiamento.
Un torinese di quell’anno avrebbe visto carrozze trainate da cavalli passare accanto a tram elettrici, i primi; uomini in abito scuro e con il cappello camminare accanto a donne avvolte in lunghi vestiti e cappelli elaborati. Avrebbe osservato le vetrine dei negozi, illuminate dal gas o sempre più spesso dall’elettricità e venditori di giornali richiamare l’attenzione dei passanti sul Novecento che stava arrivando.
Un caldo luglio
E forse questo è proprio ciò che vede l’ingegnere torinese Giuseppe Barale, in quest’assolata fine di luglio in cui si duole di essere lontano dalla moglie — lui funzionario al Comune di Torino, lei insegnante di lettere e filosofia- mentre le dedica per lettera la ricostruzione minuziosa della sua giornata.
«Alle undici e venti sono uscito per la messa, che ho sentito nella chiesa di via San Francesco d’Assisi, quindi mi recai a pranzo alla Cuccagna. Avevo la bocca e la gola veramente ardenti di una sete terribile. La mia intenzione era di andare a casa subito dopo mangiato per scriverti e dormire poco (o molto) ed invece uscendo dall’albero trovai il Signor Spinardi che tante volte mi aveva invitato a passare con lui una mezza giornata alla sua società bocciofila sulla stradale di Rivoli; mi pregò tanto che non seppi più rifiutare e [..] alla sera quando tornai a casa ero tanto stanco che mi misi subito a letto. Credi però che ho pensato sempre a te e ti ho sognata tutta la notte».
In quell’estate del 1900 Torino vive giorni inquieti. Se nei caffè si discute di teatro, nelle officine cresce il malcontento operaio e nelle sedi di partito si chiedono riforme e maggiori diritti per i lavoratori. La monarchia ha ancora sostenitori ma non mancano voci critiche verso il governo e verso il re, accusato di aver approvato la dura repressione delle proteste popolari.
«Stamattina — scrive ancora Giuseppe alla moglie Maria — appena alzato, mentre innaffio i fiori viene il portinaio a portarmi la tua cartolina, il tuo bigliettino d’augurio mattutino, e mentre me la consegna, mi dà anche una triste notizia. Hanno ammazzato il povero Re Umberto! Forse a quest’ora la notizia sarà giunta anche a Boves. Credi che è una vera vigliaccheria. Povero re! Era così buono, forse troppo buono».
L'attentato di Gaetano Bresci
Torino si sveglia, il 30 luglio, con la notizia dell’uccisione di Umberto per mano di Gaetano Bresci che — arrestato subito dopo il gesto — dichiarerà di aver sparato per vendicare i fatti del maggio 1898, quando a Milano il generale Bava Beccaris ha ordinato di reprimere con le armi le proteste popolari per l’aumento del prezzo del pane. Per questo Umberto lo ha premiato con un’onorificenza. Ma lo sguardo dello storico è ancora lontano.
Nel carteggio Barale—Osasco, completamente privato, c’è lo sguardo sgomento dell’uomo, e c’è il respiro segreto della storia. Lontane dalle architetture della narrazione letteraria o cronachistica, le lettere raccolgono la voce nuda di chi ha attraversato gli eventi, fanno sentire il rumore di quel giorno.
La città in lutto
«Torino tutta è sgomenta — scrive Giuseppe — i negozi sono chiusi in segno di lutto, in tutte le facce si legge il dolore grande che tale nefandità ha prodotto. Venendo all’ufficio ho visto Letizia diretta alla stazione di Porta Nuova per partire o per aspettare qualcuno, era vestita tutta in nero e piangeva molto. E la povera Regina? Davvero io ne ho avuta un’impressione tale che per poco non mi venivano le lagrime agli occhi. I giornali vanno a ruba! Li vendono anche i facchini e donne che non hanno mai fatto quel mestiere. Oggi avranno anche dei supplementi che io avrò cura di mandarti». L’uccisore del re sarà arrestato, processato.
«Il regicida si qualifica per Bresci Gaetano fu Gaspare e fu Maddalena Gobbi — si leggerà nel dispaccio dell’agenzia di stampa Stefani — nato il 10 novembre 1869, tessitore di seta. Dicesi anarchico e proveniente dall’America. Dice di non avere complici e di avere commesso l’esecrando delitto in odio alla istituzione che il Re rappresenta».
Una morte misteriosa
Rinchiuso nel carcere di Santo Stefano, Bresci morirà il 22 maggio 1901 in circostanze mai completamente chiarite: ufficialmente un suicidio, ma nel tempo circoleranno anche ipotesi diverse. L’assassinio avrà un forte impatto sulla storia italiana, segnando l’inizio di una nuova fase con Vittorio Emanuele III, che porterà negli anni successivi trasformazioni politiche radicali, fino all’avvento del fascismo. Giuseppe Barale in attesa del primo figlio, Felice, raggiungerà la moglie, Maria Osasco già in vacanza a Boves. di lì a poco. Ignari del futuro avrebbero vissuto a lungo insieme ai figli che sarebbero arrivati ancora, Gina, Angelino e Mariuccia. «Sai? Io partirò sabato mattina col primo treno — scrive lui a Maria in quella estate rovente del 1900 — sono impaziente di rivederti, non ne posso proprio più. Continua a star bene e faremo delle lunghissime passeggiate insieme noi due soli, è tanto bello, vero? Ti voglio un bene infinito e ti bacio un milione di volte. A presto, tuo Giuseppe».
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