Dal Nobel alla guerra «senza fine»: i fallimenti del «comandante» Donald
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Caro direttore,
i miei primi anni di vita coincisero con gli ultimi della tragedia della Seconda guerra mondiale. Oggi sono uno di quei vecchi che non sono stati mai bambini. Non lo si poteva essere nella Napoli degli anni 40, distrutta dai bombardamenti, mortificata dalla miseria e umiliata dalla fame. Mancava tutto; abbondava soltanto la paura, che diventava terrore quando le sirene annunciavano l’arrivo dei bombardieri e si correva nei ricoveri. Anche il dopoguerra fu durissimo: le bombe avevano cessato di cadere, ma la tragedia continuava. Oggi accendo la televisione e mi accorgo che la Storia sembra non averci insegnato nulla. L’inimmaginabile sta diventando realtà. Ci stiamo abituando alla guerra, mentre le coscienze si assopiscono. Assistiamo a tragedie che non ci scandalizzano più. È questa l’umanità alla quale vogliamo appartenere?Raffaele Pisani
Caro Pisani,
La sua lettera ci è arrivata nelle ore in cui veniva certificato che la tregua, e il presunto accordo per lo stop alla guerra nel Golfo, non esistono più. Lo avevamo abbondantemente capito, visti i ripetuti attacchi e distruzioni da una parte e dall’altra. Dopo le promesse a vuoto in Ucraina, dopo i fantasmagorici piani per Gaza finiti nel nulla, assistiamo a un altro fallimento di Donald Trump. L’attacco all’Iran ci ha fatto soltanto capire come la grande potenza militare americana possa essere messa in un angolo dalla chiusura di un piccolo Stretto da parte degli iraniani, che così tengono sotto scacco il commercio mondiale. Perché parlo solo di Trump? Perché il presidente Usa (in buona compagnia di Putin con i suoi deliri di potenza) ha sdoganato l’idea che la guerra possa essere uno strumento normale di risoluzione dei conflitti, politici, territoriali o di altra natura. Che lo si possa utilizzare senza troppi problemi, in barba alle vittime, alle regole internazionali, alle conseguenze civili ed economiche. C’è anche qualcosa in più: a volte per Trump sembra che la guerra sia «divertente»; come se stesse giocando con la playstation e diffondesse ai suoi follower video e immagini per far vedere quanto è forte. Togliere alla guerra il senso di un’enorme tragedia, ridurne la drammaticità, è molto pericoloso: induce piccoli e grandi autocrati del mondo a replicare lo schema senza alcuna considerazione per le vite dei loro cittadini. Ridare forza al dialogo e alla ricerca della pace sarà sempre più difficile in questo contesto. Eravamo partiti con Trump che chiedeva il premio Nobel per la pace e siamo arrivati a un capriccioso «comandante» che ironizza su edifici e impianti che esplodono. Recuperare la memoria della guerra, come lei ci sta ricordando, è sempre di più un dovere.
20 luglio 2026 ( modifica il 20 luglio 2026 | 06:53)
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