Che cosa è l'antispecismo
Il movimento filosofico e politico non nega le differenze tra le specie, ma non giustifica in alcun modo la sottomissione degli animali al volere unico dell’uomo
LUNEDì 20 LUGLIO 2026
Che cosa è l'antispecismo
Il movimento filosofico e politico non nega le differenze tra le specie, ma non giustifica in alcun modo la sottomissione degli animali al volere unico dell’uomo
di MARCO SIGNORIAntispecismo (in inglese antispeciesism) non significa essere contro le specie. In effetti, come spiega molto bene Gianfranco Mormino – autore del recente Etica antispecista. Filosofia degli animal studies (Raffaello Cortina) – l’antispecismo non nega che ci siano differenze, anche cruciali, tra i gatti e le sequoie, l’essere umano e il moscerino della frutta. Ma afferma semmai che, in presenza di una somiglianza fondamentale, tutte le differenze del mondo non possono giustificare in alcun modo la sottomissione degli animali al volere unico dell’uomo,che li alleva e li uccide a suo piacimento. Questa somiglianza cruciale è la senzienza (sentiency), cioè la capacità di provare piacere e, soprattutto, dolore. Se un animale soffre – se ha, cioè, la capacità ontologica di soffrire – tutti gli arzigogoli concettuali che mirano a stabilirne la presunta inferiorità (un cervello meno sviluppato, assenza di cultura o di parola…) devono crollare. Semplicemente, quando si farà del male a un essere senziente come noi e per questo essenzialmente simile a noi, questo soffrirà. E quindi non possiamo e non dobbiamo fargli del male.
Il concetto, come tutte le idee filosofiche potenti, è semplicissimo, ma ha conseguenze complesse. Intanto, nell’imperativo categorico di non fare del male a chi può soffrire perde d’importanza valutare se un animale sia più o meno intelligente: ciò che conta è solo che, ferito, griderà di dolore.E anzi, anche questo è già antropomorfismo, cioè valutare tutto con il metro unico dell’umanità: perché i pesci non gridano quando, presi all’amo, soffocano nell’aria per loro irrespirabile, e proprio questo dà alla pesca la sua aura di serenità. Ma anche loro soffrono mentre muoiono: «Quando è in pericolo di morte, anche la più piccola formica si dibatte… Anche in lei tutto l’universo si spegne» (Eugène Ionesco).
Non è d’altronde questione di disciogliere tutto in un irenico volemose bene. L’antispecismo non può e non deve diventare l’animalismo spicciolo di chi si intenerisce per i cuccioli e disprezza i migranti o discrimina gli omosessuali. Nasce semmai dalla necessità etica di estendere i diritti fondamentali a tutte le categorie dell’incombente piramide sociale di cui parlava già due secoli fa Jeremy Bentham, e di cui gli animali (che non possono reclamare ad alta voce il proprio diritto all’esistenza) costituiscono la base vastissima e calpestata. Progressivamente, l’umanità è stata in grado di riconoscere (almeno a parole) che nulla consentiva di fare del male a neri e schiavi, donne e bambini, omo-, bi- e transessuali, e così via. Ma stenta invece ad accorgersi che gli animali soffrono allo stesso modo. Per questo è necessaria una nuova rivoluzione: non solo magari per riaffermare, spiritualmente, la sacralità della vita, ma anche per riconoscere, nella concretezza di ogni vivente, un altro che soffre. E – senza misurare utilitaristicamente il dolore (come se ce ne fossero dosi accettabili) – cercare di fargli meno male possibile.
Nell'immagine: particolare dell'illustrazione di Massimo Caccia.
Su «la Lettura» #764, Marco Signori scrive sui diritti giuridici della natura a partire dai saggi «Etica antispecista. Filosofia degli animal studies» (Raffaello Cortina) di Gianfranco Mormino e «Jagged Ontologies» di Cary Wolfe (University of Minnesota press).
19 luglio 2026 ( modifica il 19 luglio 2026 | 22:23)
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