Aimaro Isola: «A 98 anni non mi fermo mai. L'architettura sposa numeri e filosofia». L’amicizia con Carlo Mollino e le discussioni con Gabetti
Corriere della Sera - Cultura

Aimaro Isola: «A 98 anni non mi fermo mai. L'architettura sposa numeri e filosofia». L’amicizia con Carlo Mollino e le discussioni con Gabetti

Domenica 19 luglio 2026
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L’architetto torinese ora quasi centenario, già partigiano: «Non indugio nel ricordo del passato. Ciò che mi rende felice è vedere che certi fili continuano nel tempo. Il senso della vita è continuare a sporgersi oltre il confine»

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Aimaro Isola: «A 98 anni non mi fermo mai. L'architettura sposa numeri e filosofia». L’amicizia con Carlo Mollino e le discussioni con Gabetti

di Paola Stroppiana

L’architetto torinese ora quasi centenario, già partigiano: «Non indugio nel ricordo del passato. Ciò che mi rende felice è vedere che certi fili continuano nel tempo. Il senso della vita è continuare a sporgersi oltre il confine»

Aimaro Isola insieme a Roberto Gabetti

«La Natura è un tempio / dove viventi pilastri lasciano talvolta uscire confuse parole; l’uomo passa attraverso foreste di simboli / che lo osservano con sguardi familiari».
Poche parole sembrano più appropriate di quelle con cui Charles Baudelaire apre il celebre componimento Correspondances — dalla raccolta Les Fleurs du Mal, pubblicata Parigi nel 1857 — per raccontare Aimaro Isola. Se vi è un principio che attraversa quasi un secolo della sua vita e oltre settant’anni di pratica progettuale, è la convinzione che l’architettura non debba imporsi alla natura, ma ascoltarne il linguaggio, comprenderne le leggi e i simboli, fare parte di essa.

Nato a Torino nel 1928, partigiano durante la guerra di Liberazione, insieme a Roberto Gabetti (Torino, 1925-2000) ha costituito una delle più celebri coppie professionali della storia dell’architettura del secondo Novecento. Professore emerito al Politecnico di Torino, accademico di San Luca a Roma e socio dell’Accademia della Scienze di Torino, continua ancora oggi a lavorare con lo studio Isolarchitetti, guidato dal figlio Saverio. 
Numerose le architetture firmate Gabetti & Isola divenute esemplari: dalla Borsa Valori alla Bottega d’Erasmo a Torino; dall’Unità Residenziale Ovest di Ivrea, nota come Talponia, al tribunale di Alba, fino al Quinto Palazzo Uffici Eni di San Donato Milanese, pionieristica sperimentazione sul rapporto tra costruzione e paesaggio.

A novantotto anni segue personalmente nuovi progetti e continua a interrogarsi sul futuro. Lo incontriamo nella residenza di famiglia nel complesso del castello Malingri, fortezza risalente all’anno Mille, a Bagnolo Piemonte. Dalle sue finestre si scorge un rigoglioso e curatissimo giardino, una scenografia arborea di grande bellezza.

Architetto Isola, lei ha affermato: «I miei veri maestri non sono stati i grandi architetti, ma i comandanti partigiani».

«Credo che la mia vita sia stata profondamente segnata da quel periodo. Qui, in questa casa, si riunivano i comandanti partigiani della zona, si fermavano anche a dormire. Talvolta le loro riunioni venivano interrotte dai rastrellamenti e dalle perquisizioni. Dovevano nascondersi nel sottotetto, proprio sopra le nostre teste, dove siamo ora. Dal loro esempio e coraggio ho imparato moltissimo».

Lei partecipò alla liberazione di Torino.

«Con i miei amici partigiani presi parte alla battaglia per la liberazione della città. Entrare a Torino con le armi in pugno a sedici anni fu un’esperienza straordinaria. Ricordo ancora mia madre Caterina quando le dissi che sarei partito, pensavo si sarebbe opposta. Mi disse che non avrei mai più vissuto un’esperienza così importante».

Come nacque invece la scelta della facoltà di architettura?

«Me lo sono chiesto molte volte. Ero attratto dalla ricerca filosofica, che frequentavo anche attraverso mia sorella Leletta, laureata in filosofia. Mi interessava la matematica, mi piaceva disegnare: l’architettura mi parve un perfetto punto d’incontro tra queste diverse passioni».

Carlo Mollino fu il suo professore di laurea. Che ricordo ha di lui?

«Prima di lui ho avuto Giovanni Muzio, ottimo architetto e insegnante, che sapeva tutto del mestiere. Poi arrivò Mollino, colto, poliedrico, estroso: insegnava design, portò un clima nuovo. Negli anni diventammo amici».

Con Roberto Gabetti avete costruito un sodalizio unico. Come vi siete conosciuti?

«Frequentavamo entrambi la facoltà di architettura, i nostri genitori si conoscevano e un giorno ci trovammo seduti vicini durante una lezione di disegno dal vero. Cominciammo a osservare i rispettivi elaborati e a commentarli. Uscimmo dall’aula continuando a conversare su vari argomenti. Arrivammo fino ai portici di via Sacchi, dove Roberto aveva la sua casa-studio: da quel momento non abbiamo più smesso di parlare».

Qual è il segreto di un rapporto professionale e di amicizia lungo una vita?

«Alla domanda se ci fossero stati contrasti tra noi, Roberto rispondeva con una battuta: “Forse non abbiamo mai davvero litigato perché litigavamo un poco tutti i giorni”. In effetti abbiamo sempre discusso di tutto: per me l’architettura è soprattutto dialogo».

La Borsa Valori di Torino fu uno dei primi grandi banchi di prova.

«Fu un’esperienza fondamentale per noi, vincemmo il concorso nel 1953 e con Giorgio e Giuseppe Raineri imparammo davvero che cosa significassero il cantiere, il disegno, la costruzione. Quella grande copertura senza pilastri interni era una soluzione decisamente innovativa. Seguimmo tutto fino all’ultimo dettaglio, dai tavoli alle poltrone, dalle lampade all’ultimo posacenere. Oggi molti di questi arredi sono esposti al MoMA».

«Talponia» rappresenta un vero manifesto del vostro rapporto con il paesaggio.

«L’Olivetti immaginava una torre per ospitare i giovani impiegati. Noi proponemmo un edificio quasi invisibile, coperto dalla terra, immerso nel paesaggio: non volevamo che gli abitanti guardassero il mondo del lavoro, ma il bosco, la collina, le stagioni che cambiano: il tutto come uno spettacolo teatrale».

La natura è sempre stata centrale nella sua idea di architettura.

«Perché ho sempre guardato la città dalla campagna e non la campagna dalla città. Per me la natura non è un’aggiunta all’architettura: un albero non è meno importante di un muro. Noi abitiamo la terra prima ancora di abitare gli edifici».

Oggi continua a lavorare con suo figlio Saverio.

«Mi trovo molto bene con lui e con tutti i soci dello studio: del resto l’architettura è un lavoro corale, non credo nell’autore isolato, ma nel confronto continuo tra persone, competenze e generazioni. Ora stiamo lavorando alla Biblioteca Civica Centrale nel complesso di Torino Esposizioni, di prossima apertura: un progetto che riguarda la conoscenza, la memoria e il futuro della città».

Come definirebbe la figura dell’architetto?

«Non credo esista “l’architetto”. Esistono molti modi diversi di fare architettura. Servono storici, sociologi, ingegneri, filosofi. L’abitare è una realtà complessa e richiede punti di vista differenti».

Che rapporto ha oggi con il tempo, con l’eredità del passato e con ciò che lascia al futuro?

«Non amo indugiare nel ricordo del passato. Quello che mi rende felice è vedere che certi fili continuano nel tempo. Fili che arrivano dalla storia, dagli archetipi, da tutto ciò che abbiamo ereditato. Oggi passano attraverso altre persone, gli allievi, i miei figli, i miei nipoti e i professionisti dello studio, verso il futuro. La mia architettura ha sempre cercato di sporgersi verso ciò che ancora non c’è. Forse il senso della vita è proprio questo: sporgersi oltre il confine, verso ciò che ancora non conosciamo».

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