Le vie alternative al presidenzialismo
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Le vie alternative al presidenzialismo

Domenica 19 luglio 2026
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Un premio di maggioranza molto alto permetterebbe di aggirare i vincoli della Costituzione

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Le vie alternative al presidenzialismo

Giorgio La Malfa | 19 luglio 2026

Un premio di maggioranza molto alto permetterebbe di aggirare i vincoli della Costituzione

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Caro direttore,
dopo un dibattito nel quale il presidenzialismo aveva avuto sostenitori autorevoli come Piero Calamandrei e Leo Valiani, l’Assemblea Costituente scelse per l’Italia la forma del governo parlamentare. Al Presidente della Repubblica venne affidato un ruolo di garanzia e di equilibrio fra i poteri dello Stato, ma anche un peso politico concentrato nel momento della scelta del Presidente del Consiglio e nell’eventualità dello scioglimento di uno o di ambedue i rami del Parlamento. Quanto agli orientamenti e alla azione politica, essi non spettano al Presidente della Repubblica, ma al Presidente del Consiglio che, in base all’articolo 95 della Costituzione, «dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile».

Nel corso del dopoguerra la destra ha sempre espresso il suo dissenso per quella scelta dell’Assemblea Costituente ed ha sostenuto la necessità della riforma in senso presidenziale della Costituzione. Il programma di Fratelli d’Italia per le elezioni del 2022 indicava testualmente: «Riforma presidenziale dello Stato, al fine di assicurare la stabilità governativa e un rapporto diretto tra cittadini e chi guida il governo». Personalmente, ho sempre pensato che il presidenzialismo abbia più difetti della forma di governo parlamentare e ne trovo conferma nelle vicende degli Stati Uniti in questi anni, ma ovviamente considero legittimo l’obiettivo di modificare in senso presidenziale l’assetto costituzionale, naturalmente a condizione di seguire le procedure previste nella Costituzione stessa.

La scelta del governo Meloni all’inizio della legislatura di presentare un disegno di legge costituzionale che prevedeva l’elezione diretta del Presidente del Consiglio mi ha indotto a una prima riflessione sulle intenzioni della destra. Sembrava sorprendente che essa, giunta al potere, rinunciasse a un punto fondamentale del proprio programma. Mi chiesi fin da allora se non fosse stato concepito un diverso disegno per giungere a un analogo risultato.
Se il disegno di legge recante l’elezione diretta del Presidente del Consiglio fosse stato perseguito fino in fondo, si sarebbe potuto pensare che la destra avesse abbandonato il Presidenzialismo pur conservando l’idea di affidare direttamente ai cittadini un’indicazione sul governo. Ma dopo la prima lettura da parte delle Camere, il governo ha abbandonato del tutto il progetto di elezione diretta del Capo del Governo. Significa la rinuncia definitiva della destra a un punto fondante del suo programma? O è invece la conferma che prende forma un diverso disegno tendente allo stesso risultato?

Nelle leggi elettorali si parla spesso di premi di maggioranza volti a garantire la governabilità. Nel caso della legge elettorale oggi all’esame delle Camere non si tratta di garantire la governabilità, per la quale basterebbe un premio abbastanza modesto: si tratta di introdurre un premio per la coalizione vincente sufficientemente ampio da consentire l’elezione autonoma del Capo dello Stato dalla quarta votazione in poi, anche in presenza di un numero di qualche consistenza di franchi tiratori all’interno della maggioranza. Sull’ampiezza abnorme del premio la destra non ha sentito ragioni.
Questo rende lecito il sospetto che, constatata la contrarietà degli italiani alle modifiche troppo incisive della Costituzione confermata dall’esito dei referendum costituzionali, la destra abbia abbandonato il tentativo di modificare la Costituzione per introdurre il presidenzialismo mediante una modifica della Costituzione, ma abbia in animo di spingere all’estremo i poteri del Presidente della Repubblica fino a modificare il rapporto fra il Presidente della Repubblica e il Governo.

Come lo farebbe? Lo farebbe collocando al Quirinale il proprio leader effettivo e scegliendo per Palazzo Chigi un modesto esecutore che possa essere periodicamente sostituito, come avviene in Francia. Ci troveremmo di fronte a un disegno di modifica sostanziale della Costituzione per via politica e non costituzionale.
Questa è la conclusione cui sono giunto: il progetto non è quello di eleggere un esponente della destra alla carica di Presidente alla scadenza del settennato di Sergio Mattarella. Pensiamo che l’idea sia di portare a quella carica il leader politico della destra, l’on. Meloni. L’omogeneità fra la maggioranza parlamentare e l’orientamento del Presidente della Repubblica e soprattutto la personalità politica del Presidente della Repubblica porterebbe di fatto a una modifica dell’articolo 95 della Costituzione non per via affermativa, ma per un atteggiamento remissivo da parte del Governo. Si tratterebbe, se la destra riuscisse a far passare la nuova legge elettorale ed a garantirsi una maggioranza tale da essere autosufficiente nella scelta del candidato presidenziale, di una alterazione della Costituzione effettuata in modi sotterranei, perciò tanto più inaccettabili e pericolosi.

Ovviamente si dirà che questo è un processo alle intenzioni. Ma deve fare riflettere la dimensione abnorme del premio di maggioranza previsto dalla legge testé approvata dalla Camera. 70 deputati in più e l’equivalente al Senato vanno molto oltre l’esigenza di assicurare una stabilità della maggioranza nella vita ordinaria del Governo: annullano di fatto i presidi che la Costituzione prevede con l’obbligo per certe votazioni delle maggioranze qualificate. Si legge che la Corte Costituzionale non avrebbe dubbi radicali contro l’introduzione di un «ragionevole» premio di maggioranza. Ma non può essere giudicato ragionevole un premio che cancella il senso delle maggioranze qualificate previste in Costituzione.

Ma se la destra ha proceduto in questa direzione pur sapendo che essa rischia un giudizio negativo davanti alla Corte costituzionale è perché vuole il risultato di cui ho detto. Non si tratta di eleggere alla Presidenza della Repubblica un qualunque esponente di una maggioranza di destra. Vi sono in Parlamento personalità, cito un solo nome, quello del Senatore Marcello Pera, sul quale ai voti di una maggioranza di destra potrebbero agevolmente unirsi dei consensi delle opposizioni. Ma mai questi consensi potrebbero andare al leader o meglio alla leader della destra, perché proprio nella sua qualità di leader mancherebbe di quelle caratteristiche di terzietà che sono lo spirito e la sostanza della norme costituzionali sulla Presidenza della Repubblica. Ecco perché serve assicurare attraverso un premio di maggioranza abnorme una base elettorale capace anche di superare non solo il voto contrario delle opposizioni, ma anche difficoltà o obiezioni provenienti dalla destra. Se ne è visto traccia nelle recenti votazioni sulle preferenze.

La questione, dunque, non è, come scrivono i commentatori affini alla destra, di stabilire che non vi è un diritto a escludere la destra dalla Presidenza della Repubblica, ma di sapere se invece la destra non coltivi un disegno di modificare sostanzialmente la Costituzione senza passare per l’articolo 138 che stabilisce le procedure con cui farlo e che prevede che spetti ai cittadini il giudizio finale.

19 luglio 2026

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