Giannini, 96 anni ad agosto, narra in foto «Musici» di strada
Il decano dei fotografi pubblica un libro per Langella con 120 scatti, dal 1960 ad oggi. Daniele Sepe nella prefazione: «Fotografia sociale e socialista»
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Giannini, 96 anni ad agosto, narra in foto «Musici» di strada
di Natascia FestaIl decano dei fotografi pubblica un libro per Langella con 120 scatti, dal 1960 ad oggi. Daniele Sepe nella prefazione: «Fotografia sociale e socialista»
Violinista di strada a Napoli, 1960. Foto di Guido Giannini
Il violinista cieco è vestito di tutto punto. È la primavera del 1960 e il doppiopetto è il segno della dignità e dell’eleganza del «musico». Ed esprime anche un sacro senso di rispetto per la mattinata di lavoro che lo aspetta. Pare di vederlo nella sua casa, forse disadorna, mentre si veste con qualcuno che lo aiuta, perché deve “scendere a faticare”. Guido Giannini è riuscito persino a fotografare la nota che esce dal suo strumento appoggiato al collo appena reclinato, in quel gesto poetico che solo i violinisti sanno tenere: sostengono il violino certo, ma pare che vi si accoccolino in un atto teneramente fusionale. Con lo sguardo di Raffaele Viviani ne La musica dei ciechi, con il taglio da anarchico regista della commedia umana, l’allora trentenne Giannini, che stava per debuttare su «Il Mondo» di Pannunzio, ritrae il non ritraibile: il suono, la musica di strada della città dei conservatori e dei grandi compositori, della posteggia e del San Carlo, delle orchestrine e della canzone, ma anche delle altre province campane, dove i suoni si fanno più ancestrali.
E ora che il decano dei fotografi napoletani si accinge a compiere 96 anni il 12 agosto prossimo, ci regala un nuovo libro appena pubblicato da Langella, Musici, in 350 esemplari numerati e autografati: un itinerario dal 1960 al 2013 in 120 scatti. È una galleria laterale ovvero di artisti senza palco, che sul basolato lavico della città o sulla pietra bianca dei paesi appoggiano il cappello, ieri come oggi. La violinista ha capelli bianchi e un abito lungo come di nobile decaduta; la donna con la tammorra, dopo generazioni di vessazioni, è completamente padrona del suo ritmo e forse, sinanche della sua vita. E poi c’è lui, il ragazzino con fisarmonica e gatto che abbraccia lo strumento forse più per freddo che per amore. Dietro, un manifesto annuncia i concerti di Carosone in provincia, lui che un palco ce l’aveva eccome, ma cantava anche nei ristoranti come un principiante. E ancora: il musicista allarga a un tempo il sorriso e lo strumento, la fisarmonica con le sue sistole e diastole si contrae espirando note e si allarga inspirando l’aria delle strade. Quando si chiude è come un volto che si corruccia, quando si distende è una faccia che si rasserena all’improvviso. Ogni ritratto è un racconto, è un frammento di reale che trasuda umanità e musica. Perché, come scrisse Charles Burney nel suo Viaggio musicale in Italia (1770), Napoli è un luogo in cui «il popolo sembra vivere in un perpetuo concerto».
E Guido lo sa bene perché proprio al Corriere raccontò che il nonno paterno era Diego Giannini, il tenore per il quale Salvatore Di Giacomo scrisse Dimane chi sa e che per primo, quando cantava Pusilleco addiruso, usò la paglietta un po’ storta. È Daniele Sepe a citare Burney nella prefazione che è una luminosa sintesi storica: «La musica di strada a Napoli - scrive - costituisce un prisma privilegiato per osservare l’identità storica e sociale della città. Fin dal Seicento, la vita musicale partenopea non è mai stata confinata alle corti o ai teatri: essa si è diffusa nelle strade, nei mercati, nelle piazze, nelle celebrazioni devozionali e negli spazi informali, dove musicisti professionisti, cantastorie, suonatori ambulanti e gruppi popolari hanno alimentato un linguaggio musicale vivace e permeabile alle influenze esterne».
Per il sassofonista, Giannini coglie il lavoro dell’artista che «combatte con l’indifferenza del passante e mette insieme pranzo e cena con fatica. Tra i suoi soggetti e un operaio o un contadino non c’è distanza: appartengono alla stessa classe, hanno gli stessi bisogni e un’identica faccia. Spesso rugosa e scurita dal sole dei marciapiedi. Insomma è una fotografia sociale e socialista». Infine Zelda Giannini, vestale instancabile della produzione del padre, ricorda che «ciò che non può essere detto, può essere cantato (suonato). E ciò che non può essere raccontato, può essere fotografato (reinterpretando Ludwig Wittgenstein)».
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19 luglio 2026 ( modifica il 19 luglio 2026 | 15:38)
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