Eugenio Viola torna da cittadino del mondo
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Eugenio Viola torna da cittadino del mondo
di Eduardo CicelynLa biografia di un curatore non coincide quasi mai con il suo curriculum. I luoghi attraversati raccontano solo in parte il senso di un percorso. Conta piuttosto la postura. E quella di Eugenio Viola è rimasta sorprendentemente immutata: una postura laterale. Laterale rispetto alle mode, ai conformismi del sistema dell’arte, alle geografie obbligate del successo. La lateralità, nell’arte contemporanea, è spesso il punto di osservazione privilegiato. È dai margini che si vede meglio il centro.
Non a caso la sua storia al Madre comincia quando il museo era ancora un cantiere culturale, e la Project Room, condivisa con Adriana Rispoli, il luogo dove si potevano fare le mostre che nessuno avrebbe consigliato di fare. Progetti difficili, talvolta ostici, certamente poco accomodanti nei confronti di un pubblico napoletano che, comprensibilmente, cercava nell’arte contemporanea qualche appiglio prima di essere precipitato nell’abisso della complessità. Un museo pubblico serve anche a questo: a produrre anticorpi, non soltanto il consenso delle gallerie private e degli addetti ai lavori.
Il Madre, d’altronde, l’avevo progettato così, con una certa arroganza; all’epoca ne ero il direttore e quella sfida mi appassionava. E poi Eugenio mostrava una qualità insolita, un misto di timidezza, umiltà e improntitudine che me lo rese subito simpatico. Era uno che studiava e approfondiva, addestrato alla scuola seria di Angelo Trimarco, un vecchio dolcissimo amico. Mentre intorno a lui nascevano curatori che sembravano usciti da un ufficio stampa più che da una biblioteca, Eugenio continuava a leggere, viaggiare, lavorare con gli artisti. Una scelta nobile, certo, ma nel sistema dell’arte contemporanea la nobiltà, da sola, non produce carriere fulminanti.
Eppure la carriera è arrivata lo stesso. Solo che ha percorso un itinerario insolito e poco frequentato. Perth prima, Bogotá poi: due città che molti, a Milano o a Londra, faticherebbero perfino a collocare sulla mappa delle gerarchie artistiche, ma che negli ultimi anni sono state laboratori forse più interessanti di tante capitali dove si inaugurano mostre tutte uguali e si organizzano cene sempre con gli stessi invitati. Australia e Colombia: due periferie solo per chi continua a pensare che il mondo abbia ancora un unico centro. In realtà, proprio lì, lontano dall’asse rassicurante dell’Europa e del Nord America, il giovane curatore ha costruito uno sguardo capace di leggere l’arte come fenomeno culturale multiforme e composito, attraversato dalla politica, dall’identità, dalla memoria, dalle trasformazioni.
Un internazionalismo senza esotismi, praticato e non dichiarato. Viola ha scelto le province del mondo per sottrarsi alla provincia del sistema.
Finalmente il nuovo direttore del museo di via Settembrini torna a essere un cittadino napoletano, uno moderno, uno di quelli sempre più rari che considerano l’identità un esercizio critico. Napoli non è mai stata, per lui, un salotto o un rifugio sentimentale. Piuttosto un quartiere difficile e una grammatica dello sguardo, un allenamento all’ambivalenza, alla convivenza degli opposti. Un teatro della luce e dell’ombra. Del silenzio, se necessario. Quando gli venne affidato il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia accadde per l’appunto una cosa piuttosto italiana: tutti ricordano il nome dell’artista Gian Maria Tosatti, quasi nessuno quello del curatore. Del resto il destino dei curatori migliori è proprio questo: se il lavoro funziona diventa naturale, quasi inevitabile, e l’autore scompare dietro il progetto. Gli altri, invece, si fanno ricordare soprattutto per le interviste.
Il ritorno al Madre, dunque, non è la consacrazione di una celebrity del sistema, né il rientro del napoletano vincente chiamato a casa dopo aver conquistato il mondo. Eugenio Viola, a dire il vero, il mondo lo ha attraversato senza mai comportarsi da conquistatore. E questa è forse la ragione per cui il suo profilo internazionale appare oggi più solido di tanti internazionalismi costruiti a colpi di vernissage e lounge aeroportuali.
C’è tuttavia un altro elemento che rende questa nomina particolarmente significativa. Eugenio appartiene a quella generazione che il Madre lo ha visto nascere, lo ha abitato quando ancora non era un’istituzione rassicurante ma un problema aperto.
Oggi torna con un bagaglio di esperienze maturate lontano dall’Europa, quando il dibattito internazionale ha finalmente smesso di coincidere con quello delle poche capitali occidentali. Forse è proprio questo il punto. Il Madre non aveva bisogno dell’ennesimo direttore chiamato a confermare ciò che già sappiamo. Aveva bisogno di qualcuno disposto a complicare il discorso. E, da questo punto di vista, Eugenio Viola offre una garanzia quasi involontaria: nella sua carriera non ha mai scelto la strada più breve. Non perché gli piacesse la fatica. Più semplicemente perché le scorciatoie, nell’ipotesi migliore, portano tutte nello stesso posto.
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19 luglio 2026 ( modifica il 19 luglio 2026 | 07:25)
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