La Grazia e i giochi politici
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La Grazia e i giochi politici

Sabato 18 luglio 2026
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Caso Roggero: il tentativo di fare subito pressione sul Quirinale trasforma una vicenda giudiziaria in uno scontro tra schieramenti

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Giovanni Bianconi | 18 luglio 2026

Caso Roggero: il tentativo di fare subito pressione sul Quirinale trasforma una vicenda giudiziaria in uno scontro tra schieramenti

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Le parole pronunciate da Mario Roggero prima di entrare in carcere – una sorta di sfida lanciata al presidente della Repubblica: «Penso che dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza» – hanno reso evidente quanto la disputa accesasi intorno a questa vicenda prima di cronaca e poi giudiziaria sia diventata eminentemente politica.
Con l’altrettanto evidente tentativo di tirarvi dentro la più alta delle istituzioni, quella che deve garantire il rispetto delle regole. Un gioco pericoloso, di cui (forse) si sono resi conto gli stessi che l’hanno cominciato; come il leader leghista Matteo Salvini, che ieri ha abbozzato una maldestra retromarcia: «Non facciamo pressione su nessuno» poiché è il capo dello Stato «l’unico che può decidere modi e tempi» dell’auspicato provvedimento di clemenza.

Ma se un’ora dopo la sentenza definitiva, prima ancora che il condannato cominci a scontare la pena, si invoca la grazia per riparare un’asserita ingiustizia (e addirittura il governo, attraverso il ministro Guardasigilli, si fa carico di sostenere la richiesta con l’improvvido annuncio di un’istruttoria avviata quando ancora non c’era niente da istruire), è difficile non intravedere le pressioni. E una strumentalizzazione del ruolo del Quirinale, che invece andrebbe sempre salvaguardato e tenuto fuori dall’agone politico.
Sarebbe bastato che il ministro della Giustizia attendesse ventiquattr’ore e la domanda di clemenza presentata l’indomani dalla moglie del condannato, per evitare la burrasca. Invece è voluto intervenire subito, per non rimanere indietro rispetto alla propaganda montante, e Sergio Mattarella l’ha dovuto richiamare per ricordare a tutti i principi che disciplinano lo strumento della grazia. Anche sulla base di una prassi che s’è consolidata in ottant’anni di storia repubblicana.

Non a caso sono stati fatti circolare, per chi lo ignorava o fingeva di ignorarli, quelli ribaditi da Giorgio Napolitano quando sedeva al Quirinale nel 2008; che a sua volta citava un intervento del suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro del 1997, rivolto ai presidente delle Camere, nel quale sosteneva che un provvedimento di clemenza concesso «a breve distanza» dalla condanna definitiva, assumerebbe «il significato di una valutazione di merito opposta a quella del magistrato, configurando un ulteriore grado di giudizio che non esiste nell’ordinamento e determinando un evidente pericolo di conflitto di fatto tra poteri».
A ben guardare però, è proprio questo che cercano i politici sostenitori della grazia a Roggero, in una gara tutta interna alla destra che vede rincorrersi tra loro in primo luogo la Lega e il neo-partito del generale Vannacci, e a seguire gli altri alleati della coalizione: un rimedio a una condanna considerata iniqua. Sull’onda di slogan tipo «la difesa è sempre legittima», che peraltro suona come una contraddizione in termini perché se così fosse non ci sarebbe bisogno di un articolo del codice penale per stabilire quando è legittima e quando no.

Ma è davvero un’ingiustizia da rimediare la sentenza che ha condannato per omicidio il gioielliere che ha ucciso due rapinatori e ferito un terzo dopo averli inseguiti all’esterno del negozio mentre erano in fuga? Tre diverse corti (quella di assise di Asti, di assise d’appello di Torino e la Cassazione a Roma) composte complessivamente da nove giudici togati e dodici popolari (estratti a sorte tra la cittadinanza) hanno detto di no, con tre verdetti (l’ultimo ancora privo di motivazioni che verranno depositate entro tre mesi) che non si sono mai smentiti l’un l’altro riguardo la colpevolezza dell’imputato. Sancita, tra le varie prove, da un video che lascia pochi dubbi su come si sono svolti i fatti. Chi invoca la grazia immediata, invece, ritiene che sì, si tratta di un’ingiustizia, e lo dice esplicitamente; basta leggere le decine di dichiarazioni dei politici esponenti della maggioranza di governo.

Siamo di fronte alla politica che contesta (legittimamente, sul piano delle opinioni) una decisione della magistratura, e per correggerla invoca l’intervento del garante del rispetto delle regole; richiesta molto meno legittima, perché innesca un corto circuito a cui quello stesso garante non può che sottrarsi. Anche per salvaguardare le eventuali valutazioni che dovrà fare — a tempo debito e di carattere essenzialmente umanitario, senza entrare nel merito delle sentenze — sul senso della pena da scontare in carcere per detenuti che si trovano (o si sono trovati quando hanno commesso il reato) in condizioni molto particolari. Come Mario Roggero, e come molti altri condannati.

18 luglio 2026 ( modifica il 18 luglio 2026 | 20:04)

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