Emilio Salgari e le avventure a teatro: negli spettacoli il romanziere trovò ispirazione per le sue ambientazioni esotiche
«Emilio Salgàri. Sulle scene» raccoglie le recensioni musicali del romanziere: tra cronache essenziali e giudizio su musiche e qualità artistiche
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Emilio Salgari e le avventure a teatro: negli spettacoli il romanziere trovò ispirazione per le sue ambientazioni esotiche
di Massimo Marino«Emilio Salgàri. Sulle scene» raccoglie le recensioni musicali del romanziere: tra cronache essenziali e giudizio su musiche e qualità artistiche
Emilio Salgari e lo spettacolo «Brahma» che avrebbe ispirato «I misteri della giungla nera»
Era il 1883. Emilio Salgàri aveva poco più di 20 anni. Già si era provato come «appendicista» (autore di racconti di appendice) sulle pagine del giornale veronese La Nuova Arena . Là commentava i fatti politici, sostenendo la politica imperialista dell’Italia, con lo pseudonimo di Ammiragliador. E scriveva di spettacoli: cronache, attente ai lati mondani del rito teatrale, con una buona competenza. Si firmava «Emilius». Sarebbe poi passato nel 1885 al giornale maggiore, L’Arena , dove avrebbe continuato a recensire opere sceniche, senza però comparire con la sua firma. Un libro recente raccoglie ben 126 di quegli articoli, scritti tra il 1883 e il 1885, compresi quelli anonimi per L’Arena. Emilio Salgàri. Sulle scene (edizioni Aragno), a cura di un salgariano di ferro come Claudio Gallo e di un uomo di teatro, Lorenzo Bassotto, costituisce una bella introduzione allo stile e ai temi del romanziere d’avventura e uno sguardo a costumi teatrali lontani da quelli dei nostri tempi.
Appassionato di melodrammi
Salgàri frequenta tutti gli spazi di spettacolo veronesi, spesso tornando più sere a vedere una stessa opera (fatto comune quando non esisteva la possibilità di riproduzione meccanica né tantomeno digitale). È appassionato soprattutto dei melodrammi di Verdi ma anche di opere esotiche come L’Africana di Meyerbeer. Racconta più serate di esecuzione della Gioconda di Ponchielli, storia a tinte forti di Boito, uno scrittore della Scapigliatura quale egli stesso era. Le sue sono cronache essenziali, attente alla presenza del pubblico, alle toilette delle signore, all’illuminazione, perfino agli incidenti con il sipario causati da improvvidi macchinisti. Narra di «serate d’onore», un uso di quei tempi che metteva in luce un artista e gli riservava una buona parte dell’incasso. E ricorda come per quella dedicata alla «signorina Musiani» vi fu «un getto di sonetti dalle logge» e come «nei foglietti stampati fra una corona di fiori e di fronde campeggiava il suo ritratto». Cita serate di beneficenza per i colerosi, i terremotati, i rachitici, spesso introdotte dalla Marcia reale suonata dalla fanfara di qualche reggimento militare.
I giudizi su musica, voci e balli
Non si esime mai dal giudicare la voce e l’azione degli esecutori, dei cori, dell’orchestra, con una notevole sicurezza. Per esempio: «La grande aria fu cantata dalla signora Brajnin assai bene; ebbe tutte le finezze, il brio, il fuoco, le eleganze della musica e dell’azione. Si è rivelata una artista rara, per la bellezza ed estensione della voce, l’agile pastosità del canto, il possesso della scena e soprattutto per la passione drammatica». Esalta la passionalità di una Abigaille in Nabucco «ammirabile, fiera e ardente come una vera asiatica, che sa mostrarsi terribile nelle sue ire, nei suoi amori, nelle sue sfrenate passioni». Ma in altri casi vibra vere e proprie stilettate: «La sua voce è monotona, scolorita; non possiede ancora quel sentimento che forma l’artista». Il libro riporta anche la polemica con uno dei maggiori critici del tempo nella città scaligera, Ugo Capetti, sul sentimento mostrato da una cantante nel secondo atto della Gioconda . Per il nostro era giustamente drammatico; per il critico dell’«Adige» avrebbe dovuto essere più ironico. Recensì i balli che accompagnavano i melodrammi. In uno di questi Brahma , gli autori vedono un’ispirazione per il suo romanzo I misteri della giungla nera.
«Il teatro, una forma di stupore»
Prestò molta attenzione anche alle operette e al teatro dei filodrammatici, entusiasta in particolare della giovane Ida Peruzzi, che nel 1892 avrebbe sposato. L’unica a salvarsi nell’intensa parte di Ofelia in un pretenzioso Amleto , opera ritenuta non adatta a dilettanti. Il melodramma, con i suoi forti contrasti, i drammoni in prosa le intricate operette e commedie stanno, per gli autori, alla base del suo gusto per l’intreccio e l’avventura. Scrive Bassotto: «il teatro, per Salgàri, era soprattutto una forma di stupore». Un ritmo, un fluire. Come quello che avrebbe ricreato, diversamente, nei suoi avviluppanti romanzi.
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