Più pubblico meno privato, una ricetta per il futuro
Massimo Florio firma «Il capitale contro lo Stato» e riapre il dibattito sull'efficienza del mercato
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Più pubblico meno privato, una ricetta per il futuro
di Sergio MarottaMassimo Florio firma «Il capitale contro lo Stato» e riapre il dibattito sull'efficienza del mercato
Se si volesse riassumere in una sola frase la tesi di fondo de «Il capitale contro lo Stato. L’intelligenza sociale e il futuro della democrazia» (Feltrinelli 2026) di Massimo Florio, si dovrebbe usare questa: «Nessuna forza politica sembra oggi avere il coraggio di dire chiaramente che nel futuro abbiamo bisogno di più Stato. Questa è invece l’ipotesi di lavoro assunta in questo libro».
Di quale Stato c’è bisogno secondo Florio? Ci vuole uno Stato post-capitalista che sviluppi «un modo di produzione di beni e servizi che non risponda principalmente a meccanismi di mercato».
L’idea di Florio è che la storia ci ha dimostrato che il settore pubblico ha fatto costantemente crescere l’economia almeno quanto hanno fatto le imprese e il capitale privato e, in certi periodi, come nel secondo dopoguerra, anche di più.
Quindi è conveniente sviluppare un modo di produzione pubblico alternativo a quello privato sia nei settori dove l’impresa pubblica è tradizionalmente presente, sia in alcuni nuovi settori ad alta tecnologia. Solo così si potrà avere in futuro la possibilità di finanziare quegli istituti del welfare state come le pensioni, la sanità, l’istruzione, i trasporti che oggi soffrono della difficoltà dello Stato di trovare un’adeguata fonte di copertura ma che non sono semplici spese, bensì investimenti necessari per un’economia basata sul benessere sociale e non sul profitto.
Insomma Florio ritiene che il welfare state novecentesco non sia stato un lusso come vogliono farci credere gli odierni cantori del capitalismo oligopolistico ma è stato, invece, una forma di organizzazione produttiva che ha fornito beni e servizi pubblici diretti a migliorare la qualità della vita dei cittadini.
L’economista dell’Università di Milano riprende la tesi dello storico dell’economia americano Peter Lindert, secondo cui l’espansione della spesa per il welfare non solo non ha avuto effetti negativi sulla crescita del Pil ma, nei paesi dotati di un buon livello di welfare, è diminuita la disuguaglianza dei redditi, mentre l’estensione dell’apparato amministrativo non ha prodotto maggiore burocrazia e corruzione soprattutto nei Paesi del Nord. Ed è questa una differenza con il Sud dell’Europa. Inoltre, Florio sostiene che il modo di produzione pubblico non vuol dire affatto pianificazione economica imposta dall’alto né «modo di produzione amministrativo dispotico» come nella vecchia Unione Sovietica, ma significa ribaltare la logica delle politiche di privatizzazione come sono state finora realizzate anche in Italia.
Secondo l’autore bisogna tornare ad investire nelle imprese a missione pubblica che non sono «generiche imprese a partecipazione statale, ma agenti dotati di capitale di investimento, management e capitale umano adeguato a contribuire alla realizzazione di obiettivi a lungo termine delle politiche pubbliche».
La missione pubblica si valuta, infatti, sul lungo periodo e riguarda sia l’interesse dei singoli componenti della comunità che ne traggono vantaggio diretto, sia la collettività nel suo insieme. La forma giuridica di queste organizzazioni produttive a missione pubblica può essere diversificata e può comprendere l’ente pubblico economico, l’ente pubblico a base associativa, il consorzio, il partenariato pubblico privato tramite società di progetto e altre forme. A proposito di forme organizzative dal basso legate all’interesse di comunità di lavoratori e di utenti, Florio richiama il lungo e intenso lavoro su questo tema compiuto da un professore di economia dell’Università di Napoli «Federico II», Bruno Jossa – quasi dimenticato dalla città – che attraverso le sue lezioni e i suoi numerosi libri ha cercato di elaborare una teoria della transizione ad una forma di socialismo di mercato basato sulle cooperative che dovrebbe «essere favorita dallo Stato con vari meccanismi, quali una legislazione fiscale di maggior favore, sistemi creditizi agevolati, agevolazione della trasformazione in cooperative delle imprese in difficoltà, legislazione che favorisca la conversione in obbligazioni delle azioni».
Perché lo Stato possa tornare ad essere un elemento di progresso e di modernità è necessario che anche chi lo ha sempre combattuto da posizioni libertarie di destra o di sinistra ovvero da posizioni anarchiche o marxiste torni a pensare allo Stato come l’istituzione politica che attraverso le sue trasformazioni nel corso dei secoli ha impedito che gli uomini tornassero a una organizzazione politica di tipo feudale. Per difendere la democrazia nella crisi attuale è necessario, dunque, riprendersi lo Stato dalle mani di chi se ne è ingiustamente appropriato ovvero da pochi oligarchi che beneficiano di rendite e profitti che apparterrebbero a tutti come le risorse naturali o la conoscenza che è il bene comune più prezioso. Personaggi come Trump, come un tempo Ronald Reagan o Margaret Thatcher sono soltanto l’espressione di una malattia senile del capitalismo mentre, conclude Florio, «le posizioni anarco-capitaliste o neoliberiste vanno prese per quello che sono: conati reazionari di ideologie defunte, spacciati per idee geniali».
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