Pietre di pane e memorie di geografie fragili, alla Galleria Civica 50 opere di artisti italiani e internazionali
Il percorso espositivo mette in dialogo opere delle collezioni del Mart con nuove produzioni site specific e prestiti provenienti da importanti collezioni. Accanto a lavori di Long, Lai, Mendieta e Gupta, una riflessione sul territorio
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Pietre di pane e memorie di geografie fragili, alla Galleria Civica 50 opere di artisti italiani e internazionali
di Sara SantoliniIl percorso espositivo mette in dialogo opere delle collezioni del Mart con nuove produzioni site specific e prestiti provenienti da importanti collezioni. Accanto a lavori di Long, Lai, Mendieta e Gupta, una riflessione sul territorio
Un aroma di caffè si diffonde negli spazi della Galleria Civica di Trento, si intreccia con quello del pane e dei dolci e finisce per dialogare con la materia più antica e apparentemente muta: la pietra. Da questa ispirazione sensoriale prende forma «Pietre di pane. Memorie di geografie fragili», la nuova mostra del Mart, visitabile da oggi al 15 novembre. Il percorso espositivo, curato da Giulia Colletti e Gabriele Lorenzoni, riunisce una cinquantina di opere di 31 artisti italiani e internazionali, e mette in dialogo opere delle collezioni del Mart con nuove produzioni site specific e prestiti provenienti da importanti collezioni.
L'aroma del caffè
Il titolo è un omaggio all’antropologo Vito Teti e alla sua riflessione sulla «restanza», intesa non come immobilità ma come scelta consapevole di abitare luoghi fragili, attraversati da fratture sociali, economiche e ambientali. L’ingresso della mostra è affidato al lavoro di Francis Offman, artista ruandese di base a Bologna, che ha realizzato un grande intervento ambientale utilizzando fondi di caffè e terra della Val di Non. «Ho voluto inserire anche l’aroma del caffè - racconta Offman - attraverso alcuni diffusori installati nello spazio: mi interessava che il pubblico venisse catturato ancora prima di osservare l’opera». Il caffè, mescolato alla terra trentina, diventa così materia viva e racconto politico: «Li ho mescolati insieme - spiega l’artista - perché raccontano l’estrattivismo e il lavoro della terra».
Le trasformazioni del paesaggio
L’olfatto diventa dunque il primo linguaggio della mostra, anticipando un percorso che attraversa geografie lontane ma sorprendentemente vicine: dalle miniere del Bangladesh ai boschi del Vajont, dalle montagne ucraine ai paesi che si svuotano nel Sud Italia. Così la mostra propone una riflessione sulle trasformazioni del paesaggio contemporaneo attraverso quattro grandi nuclei interpretativi: latenze, attriti, derive e riattivazioni. «L’obiettivo - spiega la co-curatrice Giulia Colletti - è riflettere su cosa ci sia di latente anche in una pietra: che cosa si nasconde di lievitante, di ancora attivo, in termini di memoria storica e memoria presente, quando parliamo di territori apparentemente abbandonati?».
Resistenza politica, pane e gabbie
Il pane è così simbolo universale di nutrimento ma anche di appartenenza e resistenza politica: lo si ritrova nell’happening storico di Mladen Stilinovic, che inserisce dolci e pietre dentro grandi pagnotte per denunciare la distanza tra potere e bisogni reali, ma anche nel gigantesco cubo di pane di Santiago Sierra, trasformato in metafora delle disuguaglianze economiche. Tra le opere più emblematiche c’è «Untitled» dell’artista indiana Shilpa Gupta: tre gabbie inserite una dentro l’altra, sempre più piccole, fino a trasformare lo spazio in un luogo di progressiva costrizione. «La storia da cui parte l’opera - spiega Colletti - è quella della traumatica separazione tra Bangladesh e India e riflette su come la libertà di ritrovare la propria presenza all’interno di una comunità venga spesso negata da questioni territoriali, geografiche e politiche». Le gabbie diventano così il simbolo di confini che non delimitano soltanto territori, ma restringono progressivamente lo spazio della libertà e dell’appartenenza. Accanto ai grandi nomi dell’arte contemporanea - da Richard Long a Maria Lai, da Ana Mendieta a Shilpa Gupta - il progetto dedica un’attenzione particolare al territorio trentino grazie alle opere nate in dialogo diretto con il paesaggio locale, dal porfido della Valle di Cembra utilizzato da Long alla terra della Val di Non di Offman, fino ai lavori dedicati alle tragedie del Vajont e della Val di Stava.
Terre alte
«Il Trentino - sottolinea Gabriele Lorenzoni - è un territorio caratterizzato dalla presenza delle terre alte e delle loro fragilità, e proprio per questo rappresenta un osservatorio privilegiato per comprendere fenomeni che riguardano molte altre parti del mondo».
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