Putin e il ventre molle europeo
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Putin e il ventre molle europeo

Venerdì 17 luglio 2026
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Nelle strategie di Mosca, le provocazioni servono per capire fin dove può arrivare. Tra i principali obiettivi l’Italia, dove ha molti amici

Azzerati i debiti di gioco dell'attore Massimo Ceccherini: un amico paga 300 mila euro al suo posto. Gli indizi che portano a Garrone (che smentisce)

Putin e il ventre molle europeo

Goffredo Buccini | 17 luglio 2026

Nelle strategie di Mosca, le provocazioni servono per capire fin dove può arrivare. Tra i principali obiettivi l’Italia, dove ha molti amici

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Mosca ci coltiva. Non da ora e non per caso. Ventre molle dell’atlantismo, patria del più forte partito comunista occidentale, culla negli anni Cinquanta d’un pacifismo anche nobile ma tributario d’un movimento, i Partigiani della Pace, animato dal più duro stalinista del Pci togliattiano, Pietro Secchia: questa è stata la nostra Italia contraddittoria. Che nel 1965 voleva liberarsi buttando «a mare le basi americane», come cantava Rudi Assuntino, ma nel 1969 restò indifferente (con l’eccezione della destra missina e di qualche spirito coraggioso poi confluito nel Manifesto) al sacrificio di Ian Palach per la libertà della sua Praga. Che, otto anni dopo, si «distrasse» quando i sovietici installarono ai confini con la Nato gli SS-20 in grado di colpire qualsiasi capitale dell’Ovest europeo; ma poi si infuriò contro i Cruise che gli americani schierarono in risposta a Comiso.

Poderose correnti antioccidentali e antiliberali l’hanno sempre sedotta, con una narrazione intessuta di pauperismo e altermondismo che ha collocato gli Stati Uniti e il suo storico alleato, Israele, sul banco degli imputati di un sempiterno tribunale morale. Il 7 ottobre è dimenticato in fretta. Gaza ci commuove, anche giustamente, ma come se non fosse a esso collegata. L’eccezionalismo eversivo di Donald Trump, che ha stracciato le coordinate dell’Occidente e devastato le basi etico-democratiche della Nato, ha confuso le acque. Tuttavia, certi stati d’animo sono carsici, in qualche misura ereditari e quasi sempre fruttuosi sul piano elettorale. Così si spiega la straordinaria presa d’un atteggiamento diffuso, sì, in tutte le democrazie liberali ma esaltato in Italia da un potente trasversalismo: quello dell’asse dell’irrealtà. In sostanza, il rifiuto di riconoscere un nemico, anche quando bussa alla porta. Giovanni Sartori lo chiamava «ciecopacifismo»: ma proclamare di non volere nemici non basta a non averne.

Dunque, tralasciando gli allarmi reiterati dei servizi segreti di mezza Europa per il prossimo futuro, riassumiamo qui la semplice realtà dei fatti. Ai confini orientali dell’Unione divampa da quattro anni e mezzo una guerra d’invasione agita da un dittatore revanscista, Vladimir Putin, che ha già dichiarato più volte la sua volontà di porre riparo a ciò che gli appare la più grave sciagura del secolo scorso, «il crollo dell’Unione sovietica». Come? Ricostruendo, a partire dall’Ucraina, l’impero e la sua influenza nel nome del Russkij Mir, il mondo russo. Da anni il dittatore in questione sottopone l’Europa a lui più prossima per storia o geografia a scaramucce ibride, per testare, dividere, provocare. Lo sconfinamento di droni è un classico del repertorio: decine gli episodi, con un picco di quasi venti incidenti tra settembre e ottobre 2025 in Danimarca, Svezia, Norvegia, Germania, Polonia, Romania ed Estonia, e la chiusura contemporanea degli aeroporti di Copenaghen, Oslo, Monaco e Aalborg; per soppesare la consistenza del pericolo, valga l’abbattimento di droni russi messo a segno dalla difesa aerea polacca il 10 settembre 2025. 

Gli attacchi informatici sono un’ulteriore aggressione strutturale alla sicurezza del continente, denuncia la Ue. Nel mirino del 16mo Centro dell’Fsb, erede del famigerato Kgb, sono finiti negli ultimi anni Francia, Germania, Polonia, Cipro, Paesi Bassi, Austria, Slovacchia, Romania e Finlandia. Bruxelles accusa il servizio segreto russo di dirigere una rete di gruppi, tra cui Turla, considerato tra i più sofisticati hacker al servizio del Cremlino. Per i ciecopacifisti più ostinati, ci sarebbero poi le minacce dichiarate e dirette. Quelle proferite da Dmitrij Peskov, portavoce di Putin, contro la Polonia, «colpevole» di troppa vicinanza a Kiev: «Rifletta sulla propria sicurezza…». O contro l’Italia, nella versione sguaiata di qualche propagandista tv o, addirittura, in quella più formale dell’ineffabile Marija Zacharova, portavoce del ministro Lavrov, persino contro Mattarella.

Il nostro Paese è percepito, proprio come nel secondo dopoguerra, quale possibile punto di rottura, et pour cause. Dunque su di esso Mosca concentra pressioni e campagne di influenza. Il risultato, unico in Europa, è che a Roma si levino le voci dei suoi difensori tanto dal governo quanto dall’opposizione. La Russia «non è un pericolo» per il vicepremier Matteo Salvini (che del resto non ha mai disdettato formalmente il patto di partenariato paritario e confidenziale tra la sua Lega e Russia Unita, il partito di Putin). E, addirittura, è un babau inventato di sana pianta per giustificare la corsa «bellicista» agli armamenti secondo l’ex premier pentastellato Giuseppe Conte (che, da Palazzo Chigi, autorizzò 104 militari russi a sbarcare a Pratica di Mare per venire, asseritamente, a darci una mano sul Covid con la controversa missione «Dalla Russia con amore»). 

Queste posizioni speculari mostrano, oggi come un tempo, quanta politica politicante possa prosperare in una galassia pacifista non di rado mossa dalle migliori intenzioni. E minano l’equilibrio nei due fronti politici da qui alle elezioni del 2027, considerata anche la pressione da destra della pattuglia di Roberto Vannacci (che da addetto militare a Mosca, alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, rassicurò il nostro ambasciatore Starace sull’improbabilità di «un conflitto di vaste proporzioni») e da sinistra di una nebulosa russofila guidata da Alessandro Di Battista. Che cambi o meno l’attuale e improvvido sistema elettorale, non cambierà il profilo più critico, che costringe criptoputiniani e liberaldemocratici, europeisti e sovranisti ad ammassarsi in coalizioni eterogenee per provare a vincere. Liberare un corpo elettorale stordito da decenni di menzogne irrealistiche richiederebbe un’impetuosa operazione-verità. E un coraggio costituente di cui non si vedono tracce.

17 luglio 2026

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