Perché l'«Odissea» di Christopher Nolan è senza dubbio il film dell'estate. Ma la maga Circe batte la ninfa Calipso dieci a zero
Che cosa funziona (e cosa no) nella lettura del regista di «Interstellar»
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Perché l'«Odissea» di Christopher Nolan è senza dubbio il film dell'estate. Ma la maga Circe batte la ninfa Calipso dieci a zero
di Sara D'AscenzoChe cosa funziona (e cosa no) nella lettura del regista di «Interstellar»
Matt Damon (58 anni) è Ulisse nell'«Odissea» di Nolan
«Odissea» di Christopher Nolan
Oltre 250 milioni di dollari, un cast di stelle del firmamento hollywoodiano con spiccata preferenza per i divi trentenni - da Tom Holland a Zendeya a Robert Pattinson - ma soprattutto il primo lungometraggio della storia ad essere stato girato completamente in pellicola IMAX 70mm, un tipo di tecnologia che rende l'immagina «espansa» e lo spettatore immerso nelle inquadrature. Non bastava essersi misurato con l'irrappresentabile, con il capolavoro della letteratura di tutti i tempi, il primo kolossal affidato agli aedi e quinci immateriale come l'«Odissea» di Omero. Non bastava averne fatto un kolossal all'americana con dispiegamento di forze e mezzi che rendono la visione quasi obbligata. Il britannico Christopher Nolan ha trasformato le 2 ore e 53 minuti del suo film in una summa del suo cinema, in cui non solo compaiono come spiriti guida i suoi temi - il tempo, le generazioni, le lotte di potere, gli abissi della mente, i sogni, le visioni - ma quasi il suo universo filmico. Ma andiamo con ordine. La storia è un continuo andare avanti e indietro nel tempo di Ulisse (o Odisseo alla greca), che ha il volto affilato e barbuto di Matt Damon, qui decisamente più convincente che in altri ruoli. Ulisse ricorda e non ricorda cosa è successo a lui e ai suoi uomini dopo la battaglia di Troia. Un po' per il fior di loto che ha mangiato in quantità industriali imboccato e imbeccato da Calipso (Charlize Theron, forse la parte più debole del film, sicuramente quella che si presta a qualche sfottò per alcune inquadrature che sembrano spot pubblicitari, non un film che ha voglia di riscrivere la storia del genere). Un po' per una rimozione del dolore e dell'orrore operata nei tanti anni di cui si compone il suo «nostos». Ulisse non riesce a tornare e forse non vuole, perché mentre Troia brucia si rende conto dell'orrore della guerra, un orrore causato da lui e dai suoi uomini sospinti dal senso dell'inevitabilità dettata dal fato. E ne resta schiacciato. Dunque si va avanti e indietro in questo tempo nolaniano dove alcune cose funzionano molto bene - Polifemo, le sirene, Tiresia - e sospingono lo spettatore come se fosse anche lui il mozzo della galea che deve faticosamente fare ritorno a Itaca, e altre sembrano faticare a stare in piedi, dilatate - le scene nella reggia con i proci non hanno la stessa intensità immaginifica dei viaggi di Ulisse - e poco incisive. Eppure il tempo passa veloce in questo kolossal di quasi tre ore, un prodotto di intrattenimento che rispolvera i temi cari al regista con l'estetica dominata dall'«effetto» pellicola, anche se in Italia nessuna sala è attrezzata per vedere il film con le caratteristiche tecniche pensate dal regista. Ci si può avvicinare vedendolo in digitale Imax o in pellicola 70 mm, non nel formato IMAX 70mm su pellicola. Ma al di là degli aspetti tecnici, anche visto in condizioni meno che ottimali, il film ha una forza visiva notevole, che lo eleva rispetto ai film dei supereroi o a quelli meramente d'azione. Moltissimi i riferimenti cinematografici disseminati qua e là, sia del regista che di altre visioni: per l'universo nolaniano c'è la spiaggia di «Dunkirk», con l'epica della battaglia che contiene il suo contrario, la desolazione; c'è la dimensione onirica di «Interstellar», anche se il gioco del tempo che passa è meno fondante e più affidato ai flashback; c'è l'armatura di Agamennone che è quella del «Cavaliere Oscuro». E c'è un bellissimo omaggio al Miyazaki de «La città incantata»: dove lì c'erano i genitori che si trasformavano in maiali per il troppo mangiare, qui c'è l'equipaggio di Ulisse a essere trasformato da Circe in porci mentre mangiano, ignari, i corpi di altri soldati trasformati a loro volta in porci. E se Calipso, come detto, è forse il punto debole del film, per la resa troppo patinata di un personaggio magnetico e inquietante, Circe è una bravissima Samantha Morton che ne fa una questione rivendicativa, di donne calpestate dagli uomini. Da vedere? Assolutamente sì, anche se possiamo dirlo, non segna nessun punto d'arrivo della storia del cinema. Ma Nolan, si sa, funziona benissimo alla lunga distanza. E bisognerà riparlarne tra dieci anni.
Voto: 7,5. Coinvolgente e appassionante, ha qualche caduta di personalità in Calipso e nei proci, i pretendenti di Penelope. Ma si fa guardare e ha un fascino visivo notevole.
«L'hangar rosso» di i Juan Pablo Sallato
Alla vigilia del colpo di Stato militare in Cile che porterà al governo Pinochet e destituirà Salvador Allende, l'11 settembre 1973, il capitano Jorge Silva (il bravissimo Nicolás Zárate) deve decidere in fretta da che parte stare. Il film parte come un classico lavoro sulla vita da caserma, con la regolarità, gli ordini, le consegne. Ma l'urgenza dell'orrore di una dittatura arriva a squadernare la certezza degli orari, delle regole. Gli oppositori del regime che vengono scaricati in una delle prime inquadrature del film operano da subito una frattura in ciò che è giusto e ciò che non lo è che per il capitano Jorge Silva sarà insanabile. Asciutto, girato in un bianco e nero lucido e senza speranza, il film è un apologo sul potere, sulla cecità dei regimi che suona come un monito per l'oggi più che l'affondo nel passato. Nei primi piani insistiti sul capitano e negli interrogatori in soggettiva, lo stile del regista affonda come un bisturi in una carne morbida e quasi in putrefazione. Senza per questo perdere mai di concretezza e di lucidità. Il Cile è da sempre l'emblema della cecità che genera mostri. Si consiglia la visione del film in coppia con la lettura del bellissimo «Ho paura torero» di Pedro Lemebel, divenuto film e pièce teatrale.
Voto: 7,5. Da vedere per quello stile asciutto e deciso che caratterizza spesso i film di denuncia dei regimi, ma che qui ha dalla sua anche un'estetica precisa e personale che lo rende un prodotto decisamente maturo.
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