Arte, la prima personale di Jennifer Taufer: «M’ispiro ai calchi di Pompei: trasformano il vuoto in memoria»
La mostra nella Valle di Primiero della scultrice e pittrice trentina formatasi a Verona: è dedicata alla figura della talea che si stacca dalla pianta
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Arte, la prima personale di Jennifer Taufer: «M’ispiro ai calchi di Pompei: trasformano il vuoto in memoria»
di Martina Dei CasLa mostra nella Valle di Primiero della scultrice e pittrice trentina formatasi a Verona: è dedicata alla figura della talea che si stacca dalla pianta
L’artista trentina Jennifer Taufer porta la sua prima mostra personale «Talea: farsi soggetto» a Imèr, nella Valle di Primiero, dov’è nata. Scultrice e pittrice di Transacqua, formata in scultura su legno a Ortisei e poi all’Accademia di Belle Arti di Verona, da cinque anni vive a Carrara. «Al pari di una talea – dice Jennifer Taufer – mi sono staccata dalla pianta madre, la valle di Primiero dove sono cresciuta, per mettere radici altrove. Ora torno in Trentino con le mie opere e racconto ciò che ho visto e imparato». La cornice è quella del Blusa Festival di Imèr, la rassegna d’arte, musica e teatro contemporaneo promossa da Officina delle Pezze e dal Piccolo Teatro Blu di Imèr. La mostra viene inaugurata il 31 luglio alle 18. Apertura dalle 17 alle 22 l’1 e il 2 agosto e poi dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19 il sabato e la domenica fino al 23 agosto.
Taufer, cos’è l’arte per lei?
«Una scelta che implica cura, costanza, volontà e sete di conoscenza».
La sua prima scultura?
«In legno, era la copia di un piede da un gesso, a scuola».
Pittura, legno, scultura, il corpo umano è sempre un elemento ricorrente della sua produzione. Perché?
«Perché è il luogo primario dell’esistenza. Non un involucro, ma la nostra unità di misura nel mondo. La pelle, superficie sensibile, è la soglia di relazione attraverso cui abitiamo il reale, incontriamo l’altro e facciamo esperienza dell’esterno. Mi piace giocare sul concetto di corpo, umano o animale. Penso che – osservando la figura di qualcun altro – possa nascere una comprensione empatica».
Le donne nelle sue opere sono spesso prive di segni estetici particolari…
«Sì. Tante volte non hanno nemmeno i capelli per evitare che vengano contestualizzate in un determinato periodo storico a seconda della loro acconciatura o che la scultura diventi un puro esercizio volto alla ricerca del bello. Per tanto tempo, nell’arte, il corpo femminile è stato un mero oggetto di decorazione e desiderio. Le mie donne, invece, sono presenze. Protagoniste. Occupano lo spazio senza chiedere il permesso».
Il messaggio per chi guarda?
«Mettersi nei loro panni. Riflettere sulla soggettività nostra e degli altri. Sul valore delle relazioni come strumento di crescita. E, perché no, soffermarsi sull’atto di creazione che ha portato alla realizzazione dell’opera, ai materiali che sono stati usati».
Che rapporto ha con i materiali che utilizza?
«Quando dipingo, di solito uso tele di recupero. Nella scultura, invece, ho cominciato con il legno. Ora sto esplorando il mondo della carta. La ritengo un materiale meraviglioso, quotidiano, a prima vista fragile, che invece si rivela resistente e versatile. Amo lavorarla perché per me è sinonimo di memoria e cultura”.
La fonte d’ispirazione?
«I calchi di Pompei per la sincerità con cui trasformano in memoria il vuoto che i corpi occupavano sotto la cenere».
Cosa espone nella mostra a Imèr?
«Una decina di tempere su tela, che si concentrano su soggetti umani. Molte guardano direttamente i visitatori creando un gioco di sguardi e prossimità. Ci saranno anche una scultura in terracotta e altre in carta. Sempre volti».
Come nasce il titolo «Talea: farsi soggetto»?
«La talea mi rappresenta. È una porzione vitale di pianta che, separata dall’organismo d’origine, è capace di sviluppare un’esistenza autonoma in un altro terreno. Non costituisce un nuovo inizio, né una recisione violenta dalle origini: le porta con sé e le trasforma nell’atto stesso di mettere nuove radici, con nuove condizioni. Non è una crescita astratta, ma un percorso concreto, che dipende in buona parte anche dall’ambiente circostante. Ecco, per me farsi soggetto vuol dire questo, sottrarsi ai luoghi, fisici, culturali o simbolici, che hanno preteso di definire ciò che possiamo essere, per trovare le condizioni entro cui la propria forma possa emergere. Non è una fuga, né un rifiuto dell’origine, ma un gesto di traslazione. Ciò che siamo stati non determina più, in modo univoco ciò che diventeremo».
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17 luglio 2026 ( modifica il 17 luglio 2026 | 13:14)
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