La febbre del mondo è un sintomo
Corriere della Sera - Cultura

La febbre del mondo è un sintomo

Venerdì 17 luglio 2026
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La febbre del mondo è un sintomo

di Fortunato Cerlino

Temperature che sfiorano i cinquanta gradi, incendi che divorano intere regioni, mari sempre più caldi, ghiacciai che arretrano, fenomeni atmosferici estremi che fino a pochi anni fa chiamavamo «eccezionali» e che oggi sembrano diventati la regola.
Abbiamo satelliti, modelli matematici, sensori, algoritmi. Misuriamo tutto. Sappiamo con precisione crescente perché il pianeta si sta scaldando. La comunità scientifica è concorde nell’indicare nelle emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane la causa principale del cambiamento climatico. Negarlo, ormai, sarebbe irresponsabile.
Eppure, l’impressionante sviluppo tecnologico della nostra specie sembra essere inversamente proporzionale all’evoluzione della nostra consapevolezza. Comprendiamo sempre meglio il come, ma continuiamo a trascurare una domanda più profonda: perché? E soprattutto, cosa ci dice di noi questa febbre del mondo?
Se ci rendessimo davvero conto che il pianeta (l’unico che abbiamo) è un sistema vivente che sopravvive grazie a equilibri straordinariamente complessi, proprio come il nostro corpo, diventerebbe evidente che il nostro ospite ha la febbre. È malato. E la causa della sua malattia siamo noi. O meglio, il nostro stile di vita. 

Qualsiasi medico sa che la febbre non è una malattia, ma il segnale di una malattia. È un linguaggio del corpo che ci avverte che un equilibrio è stato alterato. Abbassare la temperatura è il rimedio immediato. Guarire significa comprendere perché l’organismo abbia cominciato a bruciare. Capire contro chi, o contro cosa, stia combattendo.
C’è stato un tempo in cui l’uomo pensava se stesso come parte di un ordine vivente. La tradizione attribuita a Ermete Trismegisto sintetizzava questa intuizione in una formula divenuta celebre: «Come in alto, così in basso». L’intuizione di una corrispondenza profonda tra l’uomo e il mondo che abita.
Un’idea che attraversa anche la cultura greca. Nella tragedia antica questa sapienza diventa poesia, filosofia e azione scenica. Il comportamento degli uomini non rimane mai confinato alla sfera privata. Ogni gesto, ogni eccesso, ogni atto di hybris (la tracotanza di chi dimentica il proprio limite) altera un equilibrio più vasto. Gli dèi osservano, intervengono, ristabiliscono la misura, ricompongono la frattura. Leggere quelle pagine soltanto come racconti religiosi sarebbe riduttivo. Gli dèi possono essere interpretati anche come il linguaggio attraverso cui una civiltà straordinariamente raffinata cercava di dare un nome al mistero del cosmo, a quel principio di relazione che lega l’uomo al mondo.
Il Rinascimento fece di questa intuizione un metodo di conoscenza. Leonardo da Vinci osservava i fiumi come osservava le vene del corpo umano e definiva l’acqua «sangue della Terra», nel tentativo di comprendere la natura attraverso le corrispondenze, nella convinzione che la vita parlasse una lingua comune attraverso forme diverse. L’uomo era un microcosmo inscritto nel macrocosmo e comprendere l’uno significava interrogare l’altro.
Poi arrivò la straordinaria rivoluzione della scienza moderna. Ha cambiato il destino dell’umanità, sconfitto malattie, allungato la vita, permesso di esplorare l’universo e indagare i meccanismi più intimi della materia. Ma, insieme ai suoi immensi successi, si è affermata una visione sempre più frammentata della realtà. Da una parte l’uomo, dall’altra la natura. Una separazione fecondissima sul piano del metodo che, trasformandosi in visione del mondo, potrebbe aver impoverito il nostro sguardo.
È curioso che sia stata proprio la fisica del Novecento a incrinare alcune delle nostre certezze più intuitive sulla natura della realtà.
La meccanica quantistica non autorizza le semplificazioni spiritualistiche che spesso le vengono attribuite. Non dimostra che il pensiero modifichi il clima o che la coscienza governi la materia. Sarebbe un abuso affermarlo. Tuttavia ha costretto gli stessi fisici a riconoscere che il mondo è molto meno intuitivo di quanto immaginassimo. La materia, osservata nelle sue strutture più profonde, perde la solidità che i nostri sensi le attribuiscono. Ciò che appare separato può rivelare correlazioni sorprendenti e il comportamento dei sistemi quantistici sfugge spesso alle categorie del senso comune. La realtà fondamentale sembra essere molto più dinamica, relazionale e complessa di quanto suggerisca la nostra esperienza quotidiana. Teorie e interpretazioni diverse che, tuttavia, ci obbligano a diffidare dell’idea ingenua di una realtà composta soltanto da oggetti assolutamente isolati gli uni dagli altri.
Se l’universo è molto più interconnesso di quanto avessimo immaginato, siamo davvero certi che il rapporto tra l’uomo e il mondo possa essere descritto soltanto come quello tra un soggetto e un oggetto? E se il cambiamento climatico fosse il sintomo estremo di una malattia che non riguarda soltanto l’atmosfera, ma il nostro modo di abitare il mondo? Non perché la rabbia aumenti la temperatura dell’aria, ma perché una civiltà fondata sull’idea della separazione produce inevitabilmente comportamenti che alterano gli equilibri della Terra. Viviamo il mondo come un luogo da sfruttare, non come un cosmo con il quale entrare in relazione. E mentre noi abbiamo interrotto questa relazione, il mondo ha continuato a registrare le conseguenze dei nostri comportamenti e a restituircele sotto forma di segnali inequivocabili. Perché se la crisi climatica nasce dalle emissioni, le emissioni nascono dall’idea che l’uomo ha del proprio sviluppo e della propria evoluzione. E allora il cambiamento climatico smette di essere soltanto un problema atmosferico e diventa un problema antropologico.
Non una punizione degli dèi. Non una vendetta della natura. Ma la conseguenza di un equilibrio spezzato.
Se continueremo a considerarci individui separati da ciò che respiriamo, mangiamo, beviamo e calpestiamo, allora la domanda non sarà soltanto quanto aumenterà ancora la temperatura del pianeta, ma se riusciremo, in tempo, ad abbassare la febbre della nostra specie, comprenderne le cause e guarire dalla malattia che ci sta conducendo, perfettamente coscienti, verso un suicidio collettivo.

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