I rischi e i costi per il Paese
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I rischi e i costi per il Paese

Giovedì 16 luglio 2026
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Le dinamiche politiche innescate rischiano di distrarre dalla guida dell'Italia mentre il mondo sta cambiando

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I rischi e i costi per il Paese

Francesco Verderami | 16 luglio 2026

Le dinamiche politiche innescate tolgono attenzione dalla guida dell'Italia mentre il mondo sta cambiando

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Si apre la stagione più complicata per Giorgia Meloni. La sua premiership, che per quattro anni è stata la cifra del governo di centrodestra, sarà messa alla prova nella fase cruciale che prelude alle elezioni del 2027. L’immagine di una coalizione su cui la leader di Fratelli d’Italia aveva un primato indiscusso, svanisce per effetto delle dinamiche disgregative che si manifestano nelle azioni dei partiti alleati. Minati al loro interno tanto da essersi ormai sdoppiati in due Forza Italia e due Leghe. Un fenomeno che renderà ancor più difficile la gestione dei rapporti con l’approssimarsi delle urne, quando ognuno si concentra sui propri interessi per conquistare il massimo dei consensi.

La «riflessione» che Meloni ha anticipato di voler avviare nell’alleanza è figlia della nuova realtà del centrodestra, è la presa d’atto che la coalizione non è più quella del 2022 e che il processo di ristrutturazione deve avvenire mentre c’è un Paese da guidare. Ecco il punto. Il rischio è che le spinte centrifughe prodotte dai partiti facciano perdere di vista la missione per la quale quegli stessi partiti hanno ricevuto il mandato popolare. E l’agenda politica non può essere sovrapposta all’agenda di governo. Che è prioritaria, specie in un contesto internazionale che sta intaccando equilibri consolidati e nel bel mezzo della più dirompente rivoluzione del sistema economico.

Dinnanzi a un tornante della storia il governo non può farsi distrarre da conflitti sugli equilibri interni all’alleanza, da valutazioni sull’opportunità di allargarla o renderla impermeabile. Certo, l’incognita Vannacci influenza le mosse del centrodestra, il cui futuro sarebbe però minacciato se per convenienza elettorale cedesse a un accordo con una forza anti-europeista e filo putiniana. Per Meloni sarebbe come smentire se stessa, il lavoro di quattro anni da presidente del Consiglio, i risultati ottenuti nel gioco diplomatico, il ruolo svolto ai tavoli internazionali e la credibilità raggiunta a quello di Bruxelles. Anche perché non è affatto detto che una simile intesa risulterebbe poi vincente nelle urne. Anzi.

Ma l’«interesse nazionale» non è una responsabilità solo dell’attuale maggioranza. È un compito che attiene anche a chi si propone come alternativa di governo. Se non fosse che il Campo largo non riesce a trasformarsi da cantiere in una vera coalizione. L’antimelonismo — che è una riedizione aggiornata del vecchio antiberlusconismo — è oggi l’unico collante offerto agli elettori. Per il resto non ha ancora sciolto il nodo della leadership, non mostra stati di avanzamento sul programma e appare ambiguo sul progetto finale. Tanto che esponenti del centrosinistra, ancora oggi, teorizzano clamorose ipotesi di rigetto dell’accordo complessivo.
In ogni caso, se l’architettura di questa coalizione non ha fondamenta solide sulla politica economica (patrimoniale sì o no?) e sulla politica estera (difesa di Kiev sì o no?) il rischio è che appaia come un mero patto di potere tra forze che puntano a riprendersi Palazzo Chigi e il Quirinale. E questo clima si riflette sull’elettorato. Perché l’assenza di un accordo sull’agenda di governo — che dia un orizzonte comune a chi vuol farsi rappresentare — continua a tenere separati gli elettori del Pd da quelli del Movimento Cinquestelle. Come se non riuscissero a sommarsi. Anche qui le dinamiche politiche distraggono dal progetto prioritario: la guida del Paese.

Un Paese costretto a pagare, per responsabilità di entrambi gli schieramenti, un handicap tanto impalpabile quanto dannoso al suo sviluppo. È un buco di sistema che perdura dall’avvento del bipolarismo: dal 1994, infatti, le due coalizioni continuano a non legittimarsi. Lo si vede ancora oggi nel modo in cui centrodestra e centrosinistra giocano le forze populiste contro l’avversario, dimenticando che sono un problema per l’interesse nazionale. Tutto diventa allora strumentale. Non si coglie neppure l’importanza della stabilità, che è un patrimonio indipendentemente da chi ne usufruisce. Senza un riconoscimento reciproco c’è la possibilità che la politica ricada nella palude. E che, invece di sfruttare l’occasione, anche stavolta sarebbe per la prossima volta.

16 luglio 2026 ( modifica il 16 luglio 2026 | 20:59)

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