Tre storie di donne per spiegare che cos'è oggi l'identità
Corriere della Sera - Cultura

Tre storie di donne per spiegare che cos'è oggi l'identità

Giovedì 16 luglio 2026
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Le vite di Takoua Ben Mohamed, Sabrina Efionayi e Pegah Moshir Pour in un libro a cura di Laura Valente

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Tre storie di donne per spiegare che cos'è oggi l'identità

di Massimiliano Virgilio

Le vite di Takoua Ben Mohamed, Sabrina Efionayi e Pegah Moshir Pour in un libro a cura di Laura Valente

Una delle fotografie del libro

A volte le parole costruiscono ponti, affidandosi alla scrittura per non essere dimenticate. Basta immaginarle, trovare il coraggio pronunciarle, osare scriverle ed ecco che la parola impressa su carta si fa collegamento tra culture, generazioni, generi. Così succede che da un «reading di storie vere», in cui in un pomeriggio d’ottobre tre scrittrici — Takoua Ben Mohamed, Sabrina Efionayi e Pegah Moshir Pour — hanno provato a raccontare se stesse al pubblico accorso all’università Federico II, sotto il coordinamento di Laura Valente, nell’ambito del progetto Suleila curato dalla professoressa Valeria Costantino, si trasformi un libro: Parole che attraversano i confini: un Reading di storie vere (FedOA University Press, 2026) arricchito dalla suite fotografica del fotografo documentarista Salvatore Esposito e dalle attente riflessioni dell’antropologa Mariaelena De Stefano. Non la solita, ingessata pubblicazione di stampo accademico, utile a documentare le attività svolte di un progetto, ma un libro agile, vivo e utile da esplorare per coloro che in un’epoca pericolosa come la nostra, in cui si addensano sotto una veste tecnologica e fintamente moderna le ritornanti paure che hanno sconvolto il secolo scorso, non intendono rassegnarsi alla ricetta dell’identità univoca e unidimensionale. 
Ed è per questo che suona quanto mai necessaria, nell’introduzione al volume di Valente, la citazione della poetessa e attivista statunitense Audre Lorde: «Non esistono condizioni a una sola dimensione, dal momento che non viviamo vite a una sola dimensione». Alcuni passaggi dei testi, da quell’essere «tunisina de Roma» di Takouna Ben Mohamed, fino alla domanda insistita a cui è impossibile rispondere: «Di dove sei?» di Pegah Moshir Pour, passando dall’autobiografia come genere instabile e ibrido, su cui riflette la scrittrice Sabrina Efionayi a partire dalla sua esperienza di vita a Castelvolturno, ci ricordano che oggi la prospettiva di genere e interculturale è probabilmente la più efficace nello smontare gli stilemi patriarcali, capitalistici e militareschi delle retoriche di cui sono infarciti i social network e i suoi epigonali programmi politici. Una scrittura a suo modo rivoluzionaria, che come ogni rivoluzione non vuole solo costruire ponti, ma farne saltare qualcuno. Ed è un bene che lo faccia. È un bene che sia animata da una tensione distruttiva, non bisogna temere di esplicitarla, poiché si è partigiani non solo assecondando il bisogno di costruzione, ma anche eliminando ciò che non va in previsione di un nuovo giorno. Ed è per questo che nei tre reading si legge, attraverso la cartina di tornasole delle esperienze individuali e involontariamente politiche delle scrittrici, qualcosa che riecheggia i concetti di un libro pubblicato qualche anno fa da Francesco Remotti, Contro l’identità, in cui sostanzialmente in poco più di cento pagine l’antropologo smontava un valore forte della nostra cultura: la rivendicazione di sé etnica, politica, religiosa, localistica che fissa il confine tra noi e gli altri, distruggendo, appunto, il concetto di identità. Poiché esistono ponti che uniscono e ponti che non vanno da nessuna parte e, anzi, rendono l’essere umano nemico dell’altro essere umano. I ponti identitari conducono alla guerra e perciò vanno progettati e ricostruiti in modo diverso, con parole diverse. Non bisogna temere il conflitto, anzi, fintantoché è un conflitto non violento e rispettoso della nostra carta costituzionale (che, per fortuna, è più ampia e accogliente del conflitto di quanto i seminatori d’odio contemporanei sarebbero disposti a concedere ai loro avversari) è necessario allo sviluppo della società. Queste scrittrici, grazie alla potente meraviglia delle loro parole, dunque non solo in virtù del rappresentare «seconde generazioni», come troppo spesso finiscono per essere etichettate in maniera consolatoria e auto-assolutoria da un sistema culturale che nell’affidargli una quota finisce per marginalizzarle, sono la prova scrivente che «il mondo non stava finendo, stava solo cambiando» — per citare le parole dello scrittore Moshin Hamid nel suo L’ultimo uomo bianco, che chiudono l’intervento di Sabrina Efionayi al progetto Suleila. 

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16 luglio 2026

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