Meloni e la stagione dell’ingratitudine
Meloni e la stagione dell’ingratitudine
di Ferruccio de Bortoli | 16 luglio 2026I tuoi preferiti
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Oggi sul Corriere Paolo Mieli descrive perfettamente il senso di solitudine di Giorgia Meloni nello scoprire di avere così tanti «franchi tiratori». Non solo tra gli alleati ma anche, probabilmente, tra i suoi stessi Fratelli d’Italia. Molti dei quali, senza di lei, non sarebbero nemmeno in Parlamento. I ribelli, che rimarranno semisconosciuti come i famosi 101 che tradirono Romano Prodi nel voto per il Quirinale, hanno messo, nel voto segreto contrario alle preferenze, anche tutta la loro frustrazione personale.
Non solo la paura di non ritrovarsi un seggio e nemmeno sapere come fare (e finanziare) una campagna elettorale, ma anche altre insoddisfazioni o ambizioni nascoste. Il successo della leader della coalizione di governo contrasta, per esempio, con le evidenti difficoltà di altri capi partito di maggioranza. Suscita, sotto sotto, un po’ di invidia. La gratitudine non è un sentimento della politica. E forse è meglio così perché se no si rimarrebbe prigionieri della autorevolezza, quando non della bramosia di potere, dei leader anche quando questi sono già visibilmente avviati al tramonto, nella fase discendente delle loro parabole personali.
Ma per Giorgia Meloni è un po’ presto. Solo che questa ossessione per il record di durata del suo esecutivo è come se l’avesse proiettata in una precoce dimensione storica, invecchiandola anche agli occhi dei suoi seguaci e alleati. I quali non sono privi di ambizioni e non sempre hanno intere e larghe vite davanti. Qualcosa di analogo accade anche nella gestione del potere aziendale quando la fortuna e la visibilità dei capi azienda è tale da schiacciare verso il basso le prime linee. O, almeno, trasmettere loro questa impressione. Se il leader dura troppo, e anella un mandato dietro l’altro, comprime le prospettive di carriera dei suoi principali collaboratori.
In azienda il voto segreto non c’è, ma se ci fosse riserverebbe molte sorprese. Un grande esperto di governance aziendale come Sandro Catani sostiene, citando un interessante studio della Fondazione Rodolfo De Benedetti, che il capo azienda può assumere, a volta, l’aspetto di una figura imperiale sui generis. «Si trasforma nel sovrano di un feudo che determina il proprio compenso come un atto proprietario, non come negoziazione. La sua distanza dal consiglio d’amministrazione, spesso composto da familiari e fiduciari, è solo formale. E la prima linea manageriale appare più una corte che una struttura, esegue non delibera». Una solitudine da cui guardarsi per tempo. Qualunque sia il proprio potere.
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16 luglio 2026, 12:12 - modifica il 16 luglio 2026 | 12:12
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