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Giovedì 16 luglio 2026
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Legge elettorale, «irresponsabili» e «vigliacchetti»: il day after tra gli alleati di maggioranza è un tutti contro tutti

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I nuovi mostri

di Maria Angela Robustelli

Il mio è un lavoro che definirei artigianale.
C’è chi costruisce cose, chi le aggiusta, chi sa far bene di conto e chi, come gli attori, sa mettersi nei panni degli altri. Senza giudizio e con interesse per il genere umano, confezionando di volta in volta, con minuzia di particolari, un abito diverso da indossare per essere credibili e dare prova al resto dell’umanità, che tutti noi, ciascuno a suo modo, siamo chiamati ad attraversare il guado della vita, a viverne le gioie, i dolori, le vittorie e i fallimenti, senza mai restare uguali a come eravamo partiti ma provando ad evolverci. E questo accende una luce catartica nell’oscurità, sul comune denominatore tra chi lo fa per professione e le altre persone, ossia quello di definirci tutti, esseri umani fallibili, contribuenti affidabili e fervidi sostenitori dell’Art. 4 della nostra Costituzione.
«La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».
Come tutti i mestieri d’arte, anche quello dell’attore passa attraverso un lungo apprendistato fatto di scuola di bottega, di incontro coi maestri, di ore di palcoscenico o di set e di osservazione del mondo da dietro le quinte. 


Per poi affinare quella sua dote di partenza necessaria, scegliendo quale tra i metodi appresi, gli risulti più utile ed efficace a far emergere la propria cifra espressiva, la propria unicità.
E per smontare definitivamente la retorica romantica dell’attore come un non-lavoratore, un’entità astratta in attesa dell’ispirazione che gode del suo presunto status da red carpet, ci sarebbe da sottolineare una volta per tutte che questa professione, come tante altre, è da ricollocarsi tra quelle pratiche che servono a pagare le bollette, a mandare i figli a scuola e a potersi curare se fosse necessario; e che come tale, risponde alle stesse logiche di mercato in continua trasformazione che valgono per tutti i professionisti, chiamati a una costante espansione delle proprie competenze e a una sempre maggiore flessibilità, quella che in gergo, le risorse umane definiscono, career adaptability.
Ma se tanto mi dà tanto, per noi lavoratori dello spettacolo in Italia, la realtà ha superato le logiche dell’economia del lavoro e la tutela dei diritti costituzionali, facendoci vivere quotidianamente ai limiti con la fantascienza, in preda a brividi horror.
Incrociando le statistiche ufficiali di Inps (Fondo Pensioni Lavoratori dello Spettacolo - Fpls) e Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Digitali), emergono dei dati impressionanti quanto inconfutabili, per esempio sulle giornate lavorative annue degli attori nel nostro paese, che mostrano una asimmetria spaventosa.
Oltre l’80% degli attori iscritti all’Inps non riesce a raggiungere la soglia minima di 30 giornate lavorative all’anno, necessarie per accedere a tutele piene o all’indennità di discontinuità, oltre che, direi, ad avere una vita decorosa. A sopravvivere. Mentre quel restante 20% benedetto dal Signore, ne accumula talmente tante all’anno, da sforare i tetti contributivi.
Questa brutale polarizzazione del mercato cinematografico - un indotto enorme, fatto di centinaia e centinaia di lavoratori e maestranze, certo, ma che senza gli attori starebbero a spasso - è dovuta, da un lato, indubbiamente a leggi sbagliate e discriminanti come la legge Franceschini, al fatto che lo Stato attraverso la Tax Credit utilizzi dei soldi pubblici per alimentare di fatto un monopolio, negando ogni forma di pluralismo, o alla sempre più inquietante dittatura dell’algoritmo secondo cui il posizionamento social di un attore - i suoi follower - sia di gran lunga più importante e redditizio del suo talento; ma è anche da ascriversi ad una progressiva trasformazione culturale che ha mutato geneticamente il nostro settore, impoverendolo.
Tra la fine degli anni ‘80 e gli anni ‘90, con l’avvento delle coproduzioni internazionali americane nel nostro paese e il rapido incremento delle produzioni televisive seriali Fininvest/Mediaset e Rai, si rese necessaria una standardizzazione burocratica modello USA per il reclutamento degli attori su piazza e così nacque una figura professionale nuova, quella del casting director, una specie di San Pietro del Paradiso del Cinema, primo filtro decisivo tra il regista e gli attori sul mercato che molto presto avrebbero dovuto iniziare a fare i conti anche con il fenomeno imperante delle poche agenzie artistiche dominanti, che avrebbero bruciato ogni concorrenza con la sempre più diffusa pratica di packaging, se vuoi il mio grande attore X ti prendi pure i miei comprimari Y e Z.
Potevamo iniziare a dire addio al mito di Cinecittà, quella stagione d’oro in cui Federico Fellini, come avevano fatto Pasolini e De Sica prima di lui, aveva trasformato lo storico Studio 5 in una sorta di ufficio, dove chiunque poteva presentarsi al maestro che riceveva continuamente attori sconosciuti e non, per parlarci, scattar loro delle foto, vederli lavorare sui personaggi e spesso scritturarli.
Di tutto questo e di tanto altro ancora, mi è capitato qualche giorno fa di parlare con Arduino, classe ‘75, attore napoletano poliedrico dalla forte fisicità. Sindacalista. Da poco insignito del prestigioso Premio William Shakespeare, per la sua versatilità artistica - nata in seno al Teatro di tradizione napoletana, passando per la formazione accademica e il metodo Strasberg, la musica, la danza e il cinema - e per il suo impegno civile in nome di una lotta dal basso per la categoria.
Le testimonianze che il sindacato aveva raccolto negli ultimi anni erano al limite con l’incredibile, fatte di abusi di potere, discriminazioni gratuite, ostilità insensate e mancanza di tutele contrattuali.
Il tratto ricorrente, salvando la pace di pochi, era che gli attori non di prima fascia, venivano considerati all’ultimo posto della catena creativa, depotenziati, mortificati. Un fastidio, una gatta da pelare. Da chi oggi deteneva il potere di incidere sul loro diritto al lavoro e sul loro futuro ma che ieri era stato o un commerciante all’ingrosso, o un’attrice mancata o una persona visibilmente instabile.
Mi spiegò per esempio, che secondo la Cgil, la prova più evidente del problema della distribuzione sproporzionata del potere nell’ambiente era il fatto che le stesse associazioni di categoria avessero dovuto firmare un regolamento per arginarlo. E sebbene il protocollo e le linee guida contro gli abusi, redatto e firmato ufficialmente da diverse associazioni a sostegno degli attori e da quella dei casting director (Uicd) per stabilire le regole base dei provini e garantire il diritto alle pari opportunità, auspicasse anche l’uso di canali di comunicazione pubblici per permettere anche agli attori indipendenti, privi di agenzia o residenti fuori dalle grandi città cinematografiche - con tanto di passaggi dedicati all’inclusione e all’accessibilità - la realtà era un tantino macroscopico diversa; anche per la mancanza all’interno del protocollo stesso di un aspetto dedicato agli obblighi di legge e a eventuali procedimenti sanzionatori.
Arrivati a questo vicolo cieco della questione, Arduino ed io ci accingevamo a bere l’ultimo sorso del nostro spritz prima di salutarci, quando lui inaspettatamente tira fuori dallo zaino un clarinetto e mi dice, Tra l’altro io so’ pure musicista jazz, e senza farselo dire due volte, comincia a deliziare me e gli altri avventori seduti ai tavolini del bar di Antignano, con il glissato iniziale più celebre della storia della musica, Rhapsody in Blue di George Gershwin.
Fu a quel punto che mi venne in mente un passaggio memorabile della sceneggiatura di un film-bibbia per noi attori - Tootsie, 1982, di Sydney Pollack - quando Michael Dorsey alias Dustin Hoffman dà quella risposta geniale al suo coinquilino Jeff, Bill Murray che lo accusa di essere diventato un uomo senza scrupoli per il suo mentire alle donne, barcamenandosi nella lotta per la sua affermazione come attore.
Gli dice, Michael non hai paura di bruciare all’inferno?
E lui risponde, Io non credo all’inferno. Credo alla disoccupazione, all’inferno no.

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