Le nomine che migliorano l'Italia
Quando nelle scelte dei manager pubblici prevale il merito il nostro Paese fa scuola
Le nomine che migliorano l'Italia
Carlo Ratti | 15 luglio 2026Quando nelle scelte dei manager pubblici prevale il merito il nostro Paese fa scuola
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Caro Presidente, cara Giorgia, inizio con una confessione: non l’ho mai votata. Eppure, da quando è presidente del Consiglio, ho rivalutato diversi aspetti della sua azione. Nei rari casi in cui ci siamo incrociati — alla presentazione del nostro masterplan per Expo Roma 2030 a Parigi o, al Salone del Mobile di Milano di quest’anno — ho percepito determinazione. Chi combatte con convinzione per ciò in cui crede merita rispetto, anche quando parte da valori diversi dai miei.
Le scrivo da italiano che vive negli Stati Uniti e che guarda con crescente preoccupazione a una tendenza sempre più evidente: l’aumento dell’interferenza della politica nelle nomine delle grandi aziende pubbliche. Vorrei partire dalle infrastrutture. Per due ragioni: perché rappresentano il mio ambito professionale e perché raccontano qualcosa di più generale. Oggi viaggio su un Frecciarossa diretto a Roma. Nella mia carrozza l’aria condizionata non funziona. Nemmeno il bagno. In questa torrida estate, la combinazione potrebbe rivelarsi fatale. Provo a cambiare treno, ma il tabellone della stazione davanti alla quale siamo fermi è una sequenza di ritardi a doppia cifra. Mi dicono che è la normalità. Lo confermano anche i dati di Altroconsumo: secondo un’indagine pubblicata nel 2025, i Frecciarossa risultano mediamente meno puntuali dei treni Italo, pur viaggiando sulla stessa rete. Inoltre, nelle prossime settimane, all’apice della stagione turistica, prenderanno il via importanti lavori sulla rete ad alta velocità, in particolare sul nodo di Firenze Campo di Marte. Le conseguenze? Secondo il Corriere, rischiamo di «dividere l’Italia in due». Nell’afa mi tornano in mente le parole di Beppe Severgnini: «L’Italia l’hanno fatta Garibaldi e Cavour, ma anche il Frecciarossa». Non è più così. Come abbiamo fatto a ridurci in questo stato? La risposta, purtroppo, non corre solo sui binari.
Appartengo alla sua generazione, quella degli italiani che ricordano bene quando le Ferrovie dello Stato erano sinonimo di inefficienza. Poi accadde qualcosa che sembrava impossibile. I ritardi diminuirono. L’alta velocità italiana divenne un modello internazionale. Il momento clou arrivò nel 2022, quando la Svizzera limitò l’accesso ai treni tedeschi per problemi di puntualità, ma continuò ad accettare quelli italiani. Trionfo di orgoglio nazionale.
Quel cambiamento non fu un miracolo. Fu il risultato di competenza manageriale, investimenti e continuità. L’ingegner Mauro Moretti, cresciuto nelle Ferrovie fino a guidarle, ebbe un ruolo decisivo, portando a compimento un rinnovamento dell’azienda avviato anche dai manager che lo avevano preceduto. Lui e la sua squadra attraversarono governi di colore diverso perché il criterio prevalente era il risultato. La sua vicenda personale si è poi intrecciata con quella, dolorosa, del disastro di Viareggio, il cui percorso giudiziario si è concluso qualche settimana fa. Ma il punto qui è un altro.
Da allora ho l’impressione che nelle Ferrovie e in molte grandi aziende pubbliche, la competenza abbia iniziato a cedere il passo all’appartenenza politica. È accaduto anche con altri governi in passato, ma oggi sembra avvenire più rapidamente. A ogni tornata assistiamo a un ricambio dei vertici non sempre fondato sui risultati. Vale per le infrastrutture. Vale per l’energia. Vale per la difesa. Vale per la cultura.
Naturalmente continuano a essere nominate anche persone valide. Ma bastano poche decisioni percepite come non meritocratiche per produrre un danno enorme all’interno di un’organizzazione. Si insinua un dubbio: che non siano i risultati a contare, ma «altro».
Vivendo a Cambridge, nel Massachusetts, uno degli ecosistemi più innovativi al mondo, ho imparato una lezione semplice: le istituzioni migliori sono quelle che puntano solo sul merito. E che sanno circondarsi anche di persone che la pensano in maniera diversa. L’innovazione nasce dal confronto, non dall’omogeneità. Dallo scegliere i migliori, non i più fedeli. Il nostro Paese ha dimostrato che, quando mette il merito davanti all’appartenenza, può raggiungere risultati eccezionali e non è secondo a nessuno. Lo testimoniarono i governi del secondo dopoguerra, che realizzarono — nonostante polemiche e profezie di sventura — la rete delle Autostrade; la rinascita della FIAT all’inizio degli anni Duemila grazie alla cura Marchionne; la costruzione della rete ferroviaria ad alta velocità di cui dicevamo prima; la spettacolare crescita di Leonardo durante la guida di Roberto Cingolani. E continua a succedere ogni giorno, in mille ambiti — uno fra tutti, che ho avuto modo di conoscere da vicino, è quello della Biennale di Venezia sotto la guida di Pietrangelo Buttafuoco. La meritocrazia non è di destra né di sinistra. È, semplicemente, l’interesse nazionale. Per questo le rivolgo un invito: la rimetta al centro del Paese. E dia un segnale chiaro: nelle aziende dello Stato, i risultati valgono più della lealtà.
P.S. Dopo averle scritto questa lettera, ho letto sui giornali della nomina del nuovo amministratore delegato di Trenitalia, avvenuta due giorni fa, e del fatto che la scelta sarebbe motivata da criteri tecnici e non politici. Se è così, me ne rallegro, e mi auguro che questo approccio possa diventare in futuro la norma.
* Insegna al Politecnico di Milano e al MIT di Boston, dove dirige il Senseable City Lab
15 luglio 2026
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